Riceviamo, da un compagno della Segreteria provinciale, la seguente nota che volentieri pubblichiamo.
Dare una valutazione sul risultato delle elezioni comunali in Francia è un bel rompicapo. Tanto per dire credo che l’80 % dei sindaci sia stato eletto al primo turno, la maggior parte dei quali con una sola lista presente sulla scheda. Questo perché il sistema comunale francese è estremamente frammentato (35000 comuni contro i meno di 8000 in Italia) con tante realtà che non superano i 200 abitanti per comune. A guardarla a dati caldi sembra che la destra repubblicana (i non fascisti, ma quasi) abbiano ottenuto la maggior parte dei sindaci seguiti dal partito socialista, mentre i fascisti della Le Pen forse vedono erodere la loro presenza anche se si aggiudicano molte località del sud e del Pais de Calais e soprattutto la città di Nizza (in alleanza con frange della destra ex repubblicana). Il movimento macronista praticamente sparisce dalla scena politica, mentre il PCF ha risultati difficilmente distinguibili essendo ora in alleanza con LFI ora con i socialisti, facendo molto spesso scelte di convenienza legate alle situazioni locali. Ancora non sono arrivati dati attendibili riguardo ai voti ottenuti dalla sinistra anticapitalista e troskista. A prima vista il risultato della LFI è per certi aspetti deludente, soprattutto rispetto alle aspettative che si erano create dopo lo straordinario risultato di Melenchon nel 2022 e alle successive elezioni legislative che avevano visto il movimento essere il primo partito della sinistra in Francia: vengono conquistate alcune città importanti con un sindaco per la prima volta della sinistra insoumisse come a Roubaix o come nella cintura di Parigi ma molti comuni che dopo il primo turno avevano dato in vantaggio LFI non sono riusciti a concretizzare con la vittoria questa situazione anche dopo gli accordi col partito socialista. Tre casi per tutti, quelli di Parigi, Marsiglia e Limoges. Nel caso della capitale Francese al primo turno i socialisti, che detenevano già il comune, hanno fatto un buon risultato di fronte a una candidata ex ministra di vari governi di destra. LFI ha conquistato la terza posizione tenendo dietro i fascisti xenofobi di una esponente inventata dai media. In attesa del secondo turno la LFI ha dichiarato la sua disponibilità far convergere i propri voti sul candidato socialista, come solitamente avviene in questi casi. Offerta che è stata sdegnosamente rifiutata con una sintetica telefonata. Al secondo turno molti della LFI hanno votato per il PS pur di non far vincere la candidata della destra e così si è confermato il successo socialista nella capitale. A Marsiglia in una quasi identica situazione ma con la possibilità della vittoria di un candidato non di destra ma apertamente fascista, LFI anche in questo caso di fronte al rifiuto del PS, ha deciso di ritirare la propria candidatura alternativa al secondo turno, mostrando un chiaro intento altruistico pur di non regalare all’estrema destra la seconda città della Francia. Diverso il caso di Limoges dove il candidato della LFI che era in testa al primo turno e si è alleato al partito socialista al secondo turno sommando i suoi voti a quelli del PS in maniera tale da avere una maggioranza sicura. Ebbene qui i socialisti non hanno in gran parte supportato la coalizione consegnando la città alla destra. Questi sono alcuni dei casi, ma la situazione, come dicevo è davvero intricata. Resta però principalmente un miracolo. Quello del risultato complessivo della LFI. Un movimento che è stato praticamente massacrato dai media nelle mani di pochi gruppi industriali, terrorizzati dopo che LFI era risultato il primo partito della sinistra alle scorse elezioni legislative. Hanno inventato di sana pianta la vulgata di un Melenchon antisemita (lo schema Corbin) , ripetendola su ogni schermo e su ogni giornale, in una ondata che da destra ha raggiunto anche la sinistra, con dichiarazioni scandalose dei dirigenti del partito socialista e dei verdi (fino anche a ex della LFI) alla ricerca disperata di recuperare terreno elettorale a sinistra. Invettiva di antisemitismo a cui hanno contribuito non poco esponenti dei settori sionisti e filoisraeliani della comunità ebraica francese per vendicarsi della posizione coerente e intransigente a favore del diritto internazionale e in particolare delle popolazioni soggette ai crimini di guerra a Gaza, Cisgiordania e Libano. E a una settimana dal voto è arrivata la morte di un fascista (se non proprio nazista) a margine di una aggressione operata da dei gruppi apertamente fascisti contro alcuni antifascisti a latere di una iniziativa a favore della la Palestina della LFI. In una prima fase, nella quale i fatti non risultavano chiari, si è scatenata una vera e propria caccia alle streghe contro LFI, che ha portato la destra e la sinistra riformista ad un unisono di dichiarazioni farneticanti fino a chiedere la messa al bando di LFI da parte del partito della Le Pen. Queste erano le condizioni con cui siamo andati alle urne e a sorpresa un po’ di tutti LFI ha dimostrato di avere comunque uno zoccolo duro e militante capace di reggere a simili intemperie e capace adesso di impiantarsi durevolmente in molte comunità di Francia da cui era assente, inserendo una nuova generazione non solo di sindaci ma anche di eletti nelle istituzioni locali. La prossima battaglia per LFI (e si spera del PCF) sarà quella per le elezioni presidenziali del 2027 e il compito della sinistra radicale sarà “soltanto” quello di convincere il 40% di astensionisti (in gran parte delle periferie urbane) a recarsi alle urne e scardinare la 5a Repubblica, creando le condizioni per una rovesciamento dell’esistente.
In Francia, tra il 1789 e il 1792, sotto la monarchia costituzionale istituita dall’Assemblea costituente, il re Luigi XVI disponeva di un diritto di veto sulle leggi approvate dall’Assemblea. Il suo veto ad alcuni decreti ritenuti necessari dai rappresentanti del popolo per la difesa del Paese minacciato dagli eserciti stranieri condusse alla fine della monarchia ed alla sua decapitazione nel 1793. Oggi, Emmanuel Macron, il Presidente-Jupiter (come da sua autodefinizione), ha posto il suo veto all’incarico di primo ministro per Lucie Castets, la candidata del Nouveau front populaire (NFP) che pure aveva ottenuto la maggioranza sia pure relativa dei suffragi. Dopo avere invocato il “Fronte repubblicano” (il nome francese dell’Arco costituzionale) per sbarrare l’avanzata del Rassemblement national (RN), cercato invano di dividere la sinistra, tergiversato per più di due mesi anche approfittando delle olimpiadi parigine, ha affidato l’incarico ad un esponente della destra gollista, Michel Barnier, con il beneplacito di Marine Le Pen. La sua nomina arriva, infatti, dopo le consultazioni tra l’Eliseo e la dirigente del Rassemblement national che ha scartato successivamente Bernard Cazeneuve (ex-ministro di Hollande), Xavier Bertrand (gollista, ma suo rivale diretto nella regione degli Hauts-de-France) e Thierry Beaudet, Presidente del Conseil économique social et environemental (il CNEL locale), minacciando di votare nei confronti di governi da loro presieduti una mozione di censura all’Assemblea nazionale insieme all’opposizione di sinistra (per la Costituzione francese, il governo nominato dal Presidente della Repubblica non deve ottenere la fiducia del Parlamento ma può esserne sfiduciato). Il rifiuto di Macron di accettare il responso delle urne ha dunque dato al Rassemblement national un ruolo centrale: quello di scegliere il primo ministro e di conseguenza di condizionarne il programma. Il veto nei confronti di Castets da parte di “Jupiter il piccolo”, come viene deriso il Presidente nei cortei in analogia con il nomignolo di “Napoleone il piccolo” affibbiato da Victor Hugo a Napoleone III, nasce dal suo rifiuto del programma del Nouveau Front Populaire. Un programma che mette in discussione punti essenziali delle politiche neoliberiste portate avanti dalla compagine presidenziale negli ultimi sette anni. Un progetto politico quello della Gauche osteggiato non casualmente anche dal Medef (la Confindustria francese). Ponendo il suo veto nei confronti della volontà popolare che aveva premiato il Nouveau front populaire, il monarca ha curvato in senso ancora più autoritario l’assetto istituzionale della Quinta Repubblica. Macron ha così istituito di fatto un “Fronte antipopolare”, l’inverso del “Fronte repubblicano” e messo il governo francese sotto la tutela dell’estrema destra. Michel Barnier, l’uomo del Patto Macron-Le Pen Barnier è un esponente dei Républicains (LR), il partito gollista che è arrivato ad appena il 6,5% al primo turno delle elezioni legislative e l’unica formazione politica che non ha partecipato alla desistenza per ostacolare l’elezione di esponenti di estrema destra. Il Primo Ministro conta di avere con l’inquilino dell’Eliseo ciò che entrambi hanno definito una “coesistenza esigente”, neologismo che vorrebbe sostituire la vecchia nozione di “coabitazione”. Ha promesso di affrontare con priorità il problema migratorio anche prendendo provvedimenti per chiudere le frontiere. Barnier rappresenta il perfetto trait d’union tra l’estremo centro di Macron e l’estrema destra di Le Pen. La
sua carriera politica lo testimonia. Fin dal 1981 si era opposto alla depenalizzazione dell’omosessualità; nel 1982 ha votato contro il rimborso pubblico delle spese per l’aborto; dopo il voto dei francesi che avevano rifiutato la Costituzione europea nel 2005 fu una delle personalità politiche più attive per seppellire la volontà popolare con l’adozione del Trattato di Lisbona; come commissario europeo ha condotto una politica anti-immigrazione, securitaria e di stretta austerità budgetaria; ha auspicato di innalzare l’età del pensionamento a 65 anni; ha condotto un attacco all’indennità di disoccupazione dipingendo i disoccupati come degli assistiti ed ha proposto di abbassare drasticamente le tasse sulle imprese. Nel 2022, candidato alle primarie dei gollisti per la Presidenza della Repubblica, al fine di ottenere il sostegno dei militanti più radicali, tenne un discorso violento contro i migranti e propose una moratoria da tre a cinque anni per ogni nuovo arrivo in Francia. Dunque, un ultraconservatore che proseguirà la politica liberista di Macron e quella xenofoba dell’estrema destra. Il Rassemblement national gli ha promesso di non votare una mozione di censura, almeno nell’immediato, “in attesa di conoscere le sue proposte programmatiche” che con ogni probabilità il Primo ministro starà contrattando in queste ore con Le Pen e Jordan Bardella. In sintesi, Barnier a Matignon (il Palazzo Chigi francese) rappresenta il simbolo del voto rubato al popolo francese. In ogni caso, la crisi politica non è risolta ed il nuovo Premier non potrà dormire sonni tranquilli; da un lato incombe la redazione del bilancio per il 2025 in una situazione di estrema difficoltà, che ha visto il Paese sottoposto ad una procedura di deficit eccessivo il 16 luglio da parte della Commissione europea (il bilancio 2024 è in rosso del 5,6% rispetto al Pil), dall’altra il governo vivrà sotto la minaccia permanente di una mozione di censura. La stessa Le Pen ha avvisato che questa situazione non potrà reggere a lungo e ha pronosticato una vita breve per il governo Barnier che rimarrà sotto sorveglianza del suo partito: “comunque fra un anno si vota”, ha affermato auspicando una legge elettorale proporzionale. L’alleanza tra il blocco borghese e l’estrema destra Ciò che probabilmente il Presidente voleva ottenere sciogliendo l’Assemblea nazionale all’indomani delle elezioni europee era una coabitazione con un governo del Rassemblement national per “normalizzarlo” ed indebolirlo grazie alle difficoltà di una gestione governativa in una situazione sociale e finanziaria non facile, con lo scopo ultimo di sconfiggere Le Pen alle presidenziali del 2027 (per interposto candidato). Non è andata così ed adesso il RN fornisce un appoggio esterno all’esecutivo condizionandolo con la propria agenda ed i suoi riferimenti ideologici senza assumersi alcuna responsabilità diretta per le sue scelte concrete. Il Rassemblement national ha il compito di indirizzare la rabbia sociale inevitabile in questo panorama di politiche austeritarie verso i più precari (gli “assistiti”) ed i francesi di origine straniera. È la scelta della guerra civile a bassa intensità da parte dei poteri forti: non c’è da meravigliarsi, il neoliberismo è di per sé autoritario. I metodi possono essere brutali come in Argentina o più soft con l’utilizzo dei media, il controllo dei programmi scolastici ed universitari, l’individuazione di capri espiatori e così via. In Francia, il potere macronista ha utilizzato un mix che prevede la repressione poliziesca contro i gilets jaunes, i manifestanti ecologisti o contro la riforma delle pensioni, il controllo degli organi d’informazione nonché l’impiego delle risorse istituzionali dirigistiche tipiche della Quinta Repubblica, imponendo, ad esempio, con l’utilizzo dell’articolo 49, comma 3, della Costituzione, l’innalzamento dell’età per la pensione a 64 anni senza passare per un voto del Parlamento. Per i
neoliberisti i risultati elettorali hanno conseguenze solo relative; per loro la democrazia non consiste nel rispettare il suffragio universale ma nel difendere al di là di ogni contingenza elettorale “i mercati” e le esigenze del capitale; è il “pilota automatico” celebrato da Draghi oppure come si è visto con l’intervento della Troika, sostenuto con convinzione dallo stesso Barnier, dopo il referendum greco del 2015 che aveva bocciato i diktat Ue. Secondo il politologo Stefano Palombarini il blocco borghese e quello di estrema destra non si sono fusi (almeno per il momento) ma alleati, tenendo conto dell’indebolimento elettorale del primo tramite un riequilibrio interno all’universo neoliberista contro il nemico comune: il blocco di sinistra che si è formato intorno ad un programma di rottura rispetto alle riforme e alla visione liberista del mondo. I francesi devono dunque aspettarsi per i prossimi mesi la realizzazione di un’agenda antisociale e razzista. La gara di velocità del Nouveau front populaire con il Rassemblement national Il NFP è stato accusato dal raggruppamento macronista di avere la responsabilità della nomina di Barnier, avendo costretto il Presidente a questa scelta con il rifiuto di ricercare accordi con altre rappresentanze parlamentari. Un falso che serve a Macron per costruirsi un fragile alibi ma che è stato smascherato da Castets che nell’incontro avuto con l’inquilino dell’Eliseo aveva precisato che il NFP avrebbe cercato, tema per tema, accordi con le altre forze politiche ovviamente partendo dal programma presentato agli elettori. Il punto è proprio questo: negando l’incarico alla candidata della sinistra si è voluto salvaguardare le acquisizioni liberiste e pro-business. Sabato 7 settembre, le organizzazioni studentesche e tre dei quattro partiti del NFP (assente il PS) hanno indetto manifestazioni di protesta in 130 città francesi contro il rifiuto del responso delle urne da parte di Macron. La partecipazione è stata buona (300mila manifestanti in tutta la Francia) ma forse non proprio all’altezza della posta in gioco; inoltre, la CGT ed altri sindacati hanno deciso di manifestare autonomamente il 1° ottobre. I sindacati ed i movimenti sociali nel recente passato hanno dato luogo a fortissime mobilitazioni, da quella dei gilets jaunes alle proteste contro la riforma delle pensioni, per la difesa della sanità pubblica o contro i mega bacini d’acqua richiesti dall’agro- industria, movimenti che però si sono conclusi con sostanziali sconfitte. La loro debolezza è dipesa in larga misura dalla separazione tra lotte sociali ed ecologiche e la dimensione più prettamente politico-istituzionale. I sindacati non vogliono intervenire nella sfera politica mentre le diverse organizzazioni padronali non si imbarazzano certo ad agire pienamente come attori politici. Il Nouveau front populaire si è costituito, malgrado una non indifferente spinta dal basso, sostanzialmente come alleanza elettorale di convenienza tra i partiti della sinistra. Il Fronte dovrebbe invece offrire un quadro che investa la società civile in tutte le sue articolazioni, tutte le vittime delle politiche liberiste, i cittadini attivi, i sindacati, le associazioni, i movimenti femministi, gli attori dell’economia sociale e solidale, gli artisti, i ricercatori ed altri ancora. Se resta un accordo tra i vertici dei partiti rischia di non sopravvivere alle difficoltà del momento. In altri termini, occorre democratizzare il NFP per farne il bene comune di tutti i cittadini e le cittadine di sinistra. Pur avendo vinto le elezioni il Nouveau front populaire è stato relegato ai margini della vita istituzionale e deve fare fronte ad un attacco massiccio da parte dei media che l’accusano di essere succube della strategia di Jean-Luc Mélenchon. L’intento è quello di spaccare il Partito socialista (PS) e di marginalizzare la France insoumise (LFI). Molte delle tattiche e delle strategie politiche dei diversi protagonisti della politica francese si spiegano avendo a mente che dal punto di vista
istituzionale le elezioni decisive sono quelle presidenziali che in teoria si dovrebbero svolgere nel 2027, ma che stante l’instabilità politica e la crisi di regime incombente potrebbero avere luogo molto prima. Certo, non si può prescindere dal rafforzamento dell’estrema destra i cui progressi sono in larga misura dovuti all’indebolimento del blocco centrista. Si è dunque instaurata una gara di velocità in vista di questa scadenza tra il Rassemblement national e la Gauche per la quale esistono, per fortuna, margini significativi di crescita. La strategia del quarto blocco A questo fine, la France insoumise punta sulla “strategia del quarto blocco” (la definizione è di Manuel Bompard, coordinatore nazionale di LFI) che ha già dato buona prova nelle scorse elezioni europee e legislative. Se TUTTI i sondaggi (ben 27!) alla vigilia delle elezioni dell’Assemblea nazionale davano vincente il Rassemblement national con più di 300 seggi allorquando ne ha realizzato “soli” 142, la spiegazione va ricercata non soltanto nella realizzazione di un Fronte anti- RN, ma anche in una visione distorta delle dinamiche elettorali. Partendo da un’analisi rigorosa dei risultati delle elezioni presidenziali e legislative del 2022, al seguito delle quali il campo politico si è organizzato in tre blocchi di importanza simile (il blocco popolare del NFP, un blocco liberale che unisce i macronisti con quello che rimane della destra (i gollisti), un blocco di estrema destra) e constatando che i passaggi degli elettori tra i vari blocchi sono ridotti (con eccezione di quelli dal centro all’estrema destra), si desume che il Nouveau front populaire per raggiungere la vittoria deve convincere i componenti del “quarto blocco”, tutti quelle e quelli che non partecipano più alle elezioni e che rappresentano una parte significativa del popolo francese: tra un terzo e la metà del corpo elettorale. L’astensione non è distribuita uniformemente tra la popolazione, sia tra le fasce reddituali che tra le generazioni (Thomas Piketty e Julia Cagé). Negli anni tra il 1960 ed il 2000 la partecipazione elettorale era più importante tra le classi a basso reddito che tra i ceti più agiati, mentre oggi accade il contrario. Si trattava del voto operaio in favore del Partito comunista francese (PCF). All’epoca, la mobilitazione dei ceti popolari avveniva sulla base di un progetto politico chiaro e radicale di trasformazione della società. Questa progettualità è dunque una delle chiavi importanti della strategia del quarto blocco. Analisi dettagliate (tra le quali quelle di Tristan Haute e Maxime Champion) hanno dimostrato che una parte significativa di questo quarto settore dell’elettorato è più vicino al blocco popolare che agli altri raggruppamenti per quanto concerne le proprie rivendicazioni politiche sui salari, il welfare, l’ambiente oppure l’indennità di disoccupazione. Certo i risultati elettorali del PCF in quegli anni erano anche la traduzione concreta di una presenza militante e di un radicamento del partito nelle banlieues. A questo scopo la France insoumise ha scelto di utilizzare strumenti nuovi come le carovane popolari, i referenti di condominio, i porta a porta per, in particolare, sollecitare l’iscrizione nelle liste elettorali (non automatica in Francia) e ha moltiplicato le azioni di solidarietà concreta, alimentare e scolastica. Da qui l’orientamento verso messaggi radicali e di rottura con il quadro neoliberista e il sistema politico-mediatico. Nel corso delle elezioni europee del 2024, una consultazione che ha spiccate caratteristiche censitarie e coinvolge di solito quasi esclusivamente i ceti urbani agiati, la France insoumise è riuscita, applicando questa strategia, ad ottenere un milione di voti in più rispetto al 2019. La lista capeggiata da Manon Aubry ha ottenuto più del 30% tra i giovani di 18-24 anni e risultati straordinari nei comuni tra i più poveri del Paese: ad esempio, 56% a Garges-lés-Gonesse, 53% a
Stains, 50% a Saint-Denis o 42% a Vénissieux. Si è realizzata in quell’occasione una forte correlazione tra il voto a LFI, l’aumento della partecipazione nonché le iscrizioni alle liste elettorali. Basti pensare che il 50% degli elettori tra i 18 ed i 24 anni ha votato per il Nouveau front populaire alle legislative ed il 43% di questa categoria non è andata a votare; ossia 10 punti percentuali in più rispetto alla media della popolazione. Parallelamente, il NFP ha ottenuto i suoi migliori risultati tra le categorie più precarie (35% di coloro che guadagnano meno di 1.250 euro hanno votato per il NFP) ed anche questa frazione della popolazione si è astenuta nella misura del 43%. In altri termini, se i più giovani ed i più poveri fossero andati a votare come la media della popolazione, il Nouveau front populaire avrebbe sconfitto il Rassemblement national al primo turno e ottenuto al secondo turno una maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale. È prevedibile che la delusione del popolo francese lascerà presto il posto alla rabbia. Il 7 settembre scorso alla manifestazione parigina, Mélenchon ha chiamato ad una lotta di lunga durata, affermando che se Macron vuole una prova di forza alla lunga “il popolo sarà il più forte”. Oggi nessuno vuole la ghigliottina per Macron come fu per Luigi XVI, se non in senso metaforico, ma “Jupiter” sarà costretto a scendere prima o poi dall’Olimpo ed a sottomettersi alla volontà popolare. Alessandro De Toni
Mentre festeggiamo per i risultati delle elezioni francesi, mostrando una certa invidia per i nostri cugini d’oltralpe, molti di noi si chiedono ma come è stato possibile? Come è stato possibile sconfiggere le destre? Come è stato possibile costruire un Fronte Popolare non fondato sulla politica del meno peggio ma al contrario con una posizione politica molto radicale? Come è stato possibile che un candidato di sinistra come Jean-Luc Melenchon fosse alla guida dello schieramento? Senza voler analizzare in questa sede cosa succederà in Francia nei prossimi giorni o fare i pronostici sulle grandi manovre in corso per impedire alla sinistra di governare, qui di seguito cercherò di rispondere ad alcune di queste domande, aiutato da una lunga frequentazione nel corso degli anni con Melenchon.
Partiamo innanzitutto da Melenchon, un leader di sinistra, popolare, antiliberista e contrario ad ogni logica del “meno peggio”. Melenchon, oltre 15 anni fa ha rotto con il partito Socialista ed ha dato vita al Partì de Gauche, al Front de Gauche – col PCF – e poi a France Insoumise. In tutti questi anni, prima di arrivare alla costruzione della NUPES (2022) e poi del Nouveau Front Populaire (2024), ha lavorato a costruire una sinistra di classe e antiliberista in Francia, in polemica frontale con l’indirizzo politico del Partito Socialista. In questo contesto, anche in autonomia dal PCF, si è sovente rifiutato di sostenere i socialisti nelle elezioni amministrative, comprese quelle delle capitale.
Melenchon ha quindi perseguito in questi 15 anni la crescita della sinistra di alternativa, sottolineando la necessità di battere la sinistra liberista quale condizione per poter unire la sinistra e sconfiggere le destre sottraendogli il consenso popolare. Il Nostro si è quindi sempre rifiutato di convergere su programmi e candidati imposti dal Partito socialista in quanto forza più grande, ponendosi l’obiettivo di rovesciare i rapporti di forza all’interno della sinistra, facendo in modo che la sinistra radicale diventasse più grande della sinistra moderata. Questo rovesciamento di rapporti di forza e quindi di linea politica è stata la condizione per l’alleanza della sinistra. Sempre in questa direzione di marcia il Partì de Gauche di Melenchon chiese addirittura l’espulsione di Syriza dal Partito della Sinistra Europea dopo che questa aveva accettato di governare sul programma imposto dall’Unione Europea. Parlare quindi di Melenchon come espressione del centro sinistra come se fosse Elly Schlein è una pura fesseria: i punti di riferimento di Melenchon sono Chavez ed Evo Morales, non certo i socialisti europei e non a caso nel 2022 venne in Italia a sostenere le liste di Unione Popolare.
Il fatto che in Francia sia esistita in questi 15 anni una sinistra degna di questo nome, di cui Melenchon e il PCF, con il Fronte de Gauche, sono stati protagonisti, insieme alla determinazione della CGT guidata dai comunisti, ha favorito un significativo conflitto sociale che noi in Italia ci siamo sognati. La forza politica e sindacale della sinistra di alternativa è cresciuta nello sviluppo di un conflitto sociale e lo ha a sua volta favorito. Questo ha determinato un punto decisivo di maturazione della realtà sociale francese fondato sulla consapevolezza della propria forza e della propria dignità, il contrario del senso di impotenza e di fatalismo che caratterizza la situazione italiana. Non a caso addirittura nel movimento di lotta francese contro la precarizzazione si sono ritrovati riferimenti al fatto che non bisognava fare come in Italia. La costruzione della sinistra di alternativa sul piano politico e sindacale ha quindi favorito ed è stata a sua volta favorita dalle lotte e dal protagonismo sociale di un popolo che ha sempre operato per prendere nelle proprie mani il proprio destino e non certo per delegarlo a qualche uomo della provvidenza.
Su questa base si è arrivati ad aggregare la NUPES nelle legislative del 2022 e le Nouveau Front Populaire oggi: non una aggregazione di ceto politico di centro sinistra ma una aggregazione popolare di sinistra in cui le forze di centro sinistra non hanno l’egemonia. In questo contesto è nato il programma di cui Melenchon rivendica la realizzazione: non una serie generica di promesse da disattendere alla prima occasione ma l’impegno a realizzare nei primi 15 giorni di governo l’aumento del salario minimo a 1.600 euro netti, l’abolizione della riforma pensionistica di Macron e l’imposizione di un prezzo calmierato per i beni di prima necessità.
Il risultato francese – che in ogni caso segna positivamente la situazione transalpina – non è quindi frutto del caso o di un miracolo, ma l’esito ricercato di un lungo scontro politico in cui la prospettiva della sinistra di alternativa si è imposta sulla sinistra liberista. Comprendere questo può essere utile per cercare, anche a casa nostra, di individuare dopo decenni di sconfitte, una strada solida su cui procedere, evitando illusioni e presunte scorciatoie.
Il Fronte Popolare ha salvato la Francia e fermato i fascisti. Grazie alle nostre compagne e ai nostri compagni della France Insoumise e del Partito Comunista Francese che, con i sindacati e i movimenti sociali, hanno ricostruito una forza e credibilità della sinistra con anni di lotte durissime contro le politiche neoliberiste e antipopolari di Macron e anche precedentemente di Hollande. Senza questa opposizione non ci sarebbe stato il successo del Fronte Popolare con un programma economico sociale radicale e proposte come l’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni e il salario minimo a 1600 euro. Con determinazione antifascista il Fronte Popolare ha praticato unilateralmente la desistenza che ha fermato l’estrema destra, mentre i macroniani e i media del grande capitale hanno con una campagna infame con l’accusa assurda di antisemitismo contro Melenchon hanno di fatto indotto elettorato centrista a non sostenere nei ballottaggi i candidati della France Insoumise. Stasera festeggiamo ma non dimentichiamo che l’autostrada ai fascisti in Francia l’hanno aperta i governi neoliberisti di Macron, beniamino per anni della classe dirigente del PD e del centrosinistra. Ora il grande capitale cercherà di dividere il Fronte Popolare per impedire il cambiamento.
Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
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