Ripartenza e finanziamenti UE: una discussione a tutto tondo

La terza delle tavole rotonde legate al tema del lavoro ha si focalizza sull’utilizzo e sulla funzione dei finanziamenti UE: il caso ha voluto che l’accordo del Consiglio europeo sul Recovery Fund fosse raggiunto proprio il giorno in cui avevamo programmato il nostro incontro.

La pandemia Covid-19 ha messo in evidenza e ha acuito i problemi mai risolti della nostra struttura produttiva: di sicuro ha scardinato l’assioma per cui “il privato è bello” rimettendo al centro della discussione e dell’interesse collettivo il tema del controllo e dell’investimento pubblico.

Un chiaro esempio è quello che riguarda il settore della sanità, dove si sono verificati grandissimi problemi per i cittadini, evidenziando come il tasso di mortalità fosse tanto più alto quanto il disimpegno verso la sanità pubblica è fosse più accentuato. Anche adesso che abbiamo passato, almeno a quanto sembra, il momento più acuto della crisi, un commento che pensiamo permetterci di fare è che probabilmente con una gestione dell’emergenza meno legata ai voleri di Confindustria i numeri di questa pandemia sarebbero stati ben altri (basti pensare a tutti i casi di contagio che si sono verificati sui luoghi di lavoro).

Se dopo la crisi del 2008 il punto cruciale di tutte le ricette macroeconomiche che venivano diffuse erano i tagli alla spesa pubblica e il risparmio sul debito pubblico, oggi possiamo dire che, almeno a parole, l’aria che si respira è un’altra. Si è diffusa la convinzione dell’inefficacia delle politiche economiche di austerity, assieme a quella della necessità dell’intervento di investimenti pubblici per la ripartenza in seguita ad una crisi diversa e ben peggiore di quella di un decennio fa.

È chiaro che il nodo più importante, ed è proprio questo l’argomento principe di questo dibattito, riguarda come e in quali settori i fondi europei saranno investiti. Il tema del reddito come forma trainante della ripresa non deve e non può più essere un tabù. Finanziare solamente la grande industria potrebbe essere un bumerang per il paese, avendo presente che gli ammortizzatori sociali, anche lì dove sono stati erogati non coprono (e male) che una piccola parte di chi in questi mesi ha perso molto.

Risulta perciò indispensabile non solo pensare agli investimenti, ma ripensare al modo in questi vengono destinati (facendo molta attenzione, ad esempio, alla qualità). Riconsiderare come asset strategici quelli della comunicazione, dei trasporti e dell’industria pesante e in cui un controllo centrale non può non presente.

Di questo e di molto altro ne abbiamo parlato con:
Stefano Fabbri (giornalista), Diletta Gasparo (Giovani Comuniste/i Firenze), Stefano Cecchi (USB), Daniela Chironi (ricercatrice) e Roberto Travagli (responsabile Lavoro del Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Firenze).

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