Sullo spostamento dei corsi UNIFI dai Comuni dell’Empolese Valdelsa

Segreteria Rifondazione Comunista Firenze
Circolo Rifondazione Comunista Empolese
Giovani Comunisti di Firenze

È veramente deprimente e preoccupante sentire il Rettore dell’Università degli Studi di Firenze Luigi Dei esprimersi in favore di un’università tutta schiacciata sugli interessi  delle aziende.



Come se la formazione universitaria dovesse essere pensata soltanto in funzione di produzione e profitto, in una logica che riteniamo sia quella che ci ha portato a tralasciare, anche nell’ambito dell’emergenza Covid-19, gli aspetti sociali e umani di questa crisi.
In un momento storico in cui ritorna a prendere piede nella discussione pubblica l’idea secondo la quale il pubblico dovrà essere autore e protagonista anche delle scelte economiche, il Rettore propone per il futuro soluzioni vecchie e fallimentari, nella logica per cui la sommatoria degli interessi privati coincide con l’interesse pubblico.
Interessi che forse, in alcuni momenti del passato, sono coincisi ma la cui persecuzione, di certo, ha portato alla situazione attuale: disoccupazione, sfruttamento, diseguaglianze crescenti.
Le soluzioni, caro Rettore, sono davanti a noi, non dietro.
Vogliamo un’università libera dalla logica del profitto privato.
L’università non è un’azienda finalizzata alla creazione di ricchezza economica. L’università è un importante investimento per la costruzione di una società migliore, maggiormente informata, “ricca” e libera.

Per questo motivo la decisione dello spostamento di quei corsi dell’Università degli Studi di Firenze che si tenevano nei comuni dell’Empolese Valdelsa è, a nostro avviso, da condannare per il modo e le tempistiche con cui è avvenuta. Come si può leggere dalle stesse dichiarazioni ufficiali, le motivazioni sono esclusivamente di natura economica. Siamo consapevoli del fatto che lo sviluppo e la gestione di poli di alta formazione sui territori non sia cosa semplice, che questa deve fare i conti con una serie molto complesse e che, proprio in questo senso, la situazione dell’Empolese era tutt’altro che di facile amministrazione. Proprio per questo motivo, la proposta che ci sentiamo di avanzare è quella della creazione di un incubatore di ricerca pubblico che ci permetta di mantenere un polo di alta istruzione nel territorio, sviluppando ricerca e approcci che partano da questo e dalle sue peculiarità e che possa fornire stimoli, soluzioni innovative e nuove prospettive per il nostro futuro.




A proposito di contributo affitti

Rifondazione Comunista Firenze

La Federazione fiorentina del Partito della Rifondazione Comunista è impegnata, grazie al contributo delle sue e dei suoi militanti, all’interno della Rete Antisfratto Fiorentina.

Sottoscrivendolo di fatto, condividiamo dunque questo volantino, che dà una precisa valutazione della situazione sul tema affitti e dei contributi insufficienti che vengono erogati con il bando che si chiude domani…


Il primo rilievo va fatto sull’esiguità delle risorse e sulla natura delle stesse.

Sono risorse regionali, anche in questo caso, sottolineiamo, non aggiuntive! Esse derivano dal vecchio fondo per la morosità incolpevole, ripartito tra i Comuni, destinandolo al contributo in affitto, per fronteggiare la “normale” emergenza abitativa.



Nella ripartizione di questo fondo tra i Comuni della Toscana il Comune di Firenze è stato fortemente penalizzato perché non è riuscito a spendere almeno il 25% dei fondi erogati negli anni precedenti e si è visto così azzerare la sua quota per il 2020 creando una forte sperequazione rispetto ai reali bisogni del territorio fiorentino rispetto agli altri Comuni.

Per fare un esempio: Livorno, con una popolazione nettamente inferiore, con affitti meno cari e con meno sfratti, ha avuto oltre 800.000 euro, mentre Firenze poco più di 1.000.000 di euro, assolutamente insufficienti per lo scopo che si prefigge la misura messa in atto.

L’insufficienza di queste risorse è facilmente dimostrabile: tenendo conto che per i valori degli affitti di Firenze ogni inquilino potrebbe ricevere al massimo 900 euro di contributo, con un milione di euro si possono soddisfare solo 1020 domande, ma ad oggi ne sono già arrivate negli uffici più del doppio. Ma nemmeno il gran numero di domande arrivate dà l’esatta dimensione del bisogno: i requisiti per partecipare penalizzano infatti una gran parte di quei nuclei che, pur non potendo pagare l’affitto, non potranno fare domanda perché non possiedono i requisiti previsti. Ancora una volta per affrontare un’emergenza eccezionale vengono applicati requisiti escludenti, requisiti che mirano solo a limitare l’accesso e non a verificare il reale bisogno.

Ma è proprio dalla natura delle risorse che emerge l’inconsistenza e la pericolosità della misura: lo stanziamento, del tutto insufficiente e per anni non aumentato , era già insufficiente a soddisfare i normali contributi affitto, con i quali molti inquilini riuscivano a stento a non incappare nella morosità, contributi che diminuiscono negli anni per poter aumentare il numero delle famiglie destinatarie del contributo! Con questo bando straordinario, estendendo la platea dei beneficiari, si erode una parte consistente di questi fondi.

Se non vengono aggiunte risorse nuove e consistenti, il vero rischio è che i contributi affitto per famiglia si ridurranno ulteriormente e non saranno in grado di prevenire la morosità.

Ancora più paradossale è la situazione di chi già percepiva il contributo affitto e. con l’attuale assenza di reddito, fa domanda anche per il contributo straordinario: i soldi che,avrà adesso gli saranno tolti dal contributo futuro…una vera cura omeopatica!

Il problema vero sono quindi le risorse per questa emergenza! Ma non solo: Firenze, come tutte le aree metropolitane, vive una emergenza abitativa ormai da diversi decenni. Le risorse, che in altri territori sono state sufficienti a calmierare il mercato, a Firenze si sono rivelate di fatto inutili…Il problema di Firenze è la voracità della rendita che viene alimentata dal forte bisogno abitativo non soddisfatto per l’assenza di significative risposte abitative pubbliche.

Le stesse dichiarazioni riportate sulla stampa sull’incontro tenuto ieri tra amministrazione comunale, sindacati degli inquilini e associazioni dei proprietari sulla possibilità di rinegoziazione degli affitti, a fronte di benefici per i proprietari, rischia di andare nel novero delle pie illusioni: il proprietario abbassa l’affitto in cambio di altro, solo se gli conviene, e il mercato è tutto fuorchè etico, perché la proposta del Comune nel ruolo di garante è una proposta già conosciuta da circa 20 anni e sempre fallita!

L’unica misura efficace sarebbe una riforma dell’ attuale legge sulle locazioni, la 431/98, che preveda vincoli sulla determinazione del canone per renderli compatibili con le retribuzioni dei lavoratori e l’ obbligo all’affitto per gli appartamenti tenuti vuoti della grande proprietà. Questi gli interventi sul mercato privato degli alloggi.

Sul versante dell’intervento pubblico, è necessario aumentare le risorse perché gli attuali strumenti sono del tutto insufficienti e non può certo bastare il loro spostamento, anticipazione o rinvio! Oltre ad assegnare subito tutti gli alloggi popolari tenuti vuoti (una vergogna!), occorre uno sforzo strategico straordinario per implementare il patrimonio di appartamenti di edilizia residenziale pubblica, una inversione a 360 gradi della politica di svendita e ridimensionamento portata avanti in tutti questi anni.

La crisi economica è pesante: già oggi si ipotizzano 10 milioni di persone in povertà o a rischio di povertà, uscirne richiederà tempo e sforzi. Il bisogno casa sarà tendenzialmente in aumento e alla povertà per mancanza di lavoro non deve sommarsi la perdita della casa. Questo non vuol dire costruire nuove case, cementificare ulteriore suolo e allontanare le famiglie verso periferie sempre più lontane, ma obbligare l’amministrazione pubblica a smettere di giocare al piccolo speculatore e ridestinare il patrimonio pubblico abbandonato da anni e compatibile con la residenza, ad alloggi di edilizia residenziale pubblica.

Negli strumenti da individuare per uscire dalla crisi economica, le amministrazioni locali devono contribuire con risorse proprie, ovvero, vista la penuria di denaro, mettendo a disposizione ciò che hanno in abbondanza: il patrimonio pubblico dismesso. E per la messa a norma degli alloggi, ai fini della loro consegna, occorre utilizzare quale via prioritaria – tutte le volte che é possibile – lo strumento dei lavori fatti dal locatario a scomputo dell’affitto. Questo sarebbe un modo significativo delle amministrazioni comunali di contribuire in positivo all’uscita dalla crisi economica per migliaia di persone e famiglie!

Nessuno deve rimanere indietro!

Rete Antisfratto Fiorentina




Ancora sui buoni spesa

Rifondazione Comunista Firenze

La Federazione fiorentina del Partito della Rifondazione Comunista è impagnata, grazie al contributo delle sue e dei suoi militanti, all’interno della Rete Antisfratto Fiorentina. Condividiamo prendiamo parte alle iniziative e condividiamo con piacere questo comunicato


Non si è ancora conclusa la consegna dei buoni alimentari che si sono registrate due pronunce, la prima del Tribunale di Roma, la seconda del TAR dell’Aquila, che accolgono i primi ricorsi presentati da due cittadini esclusi dall’erogazione dei buoni alimentari perché senza il requisito della residenza.



Le motivazioni dei giudici confermano quello che noi abbiamo sempre sostenuto: in una situazione di emergenza come quella attuale che vede la quasi totalità della popolazione costretta a non uscire di casa e dunque a non avere reddito, ogni forma di sostegno deve necessariamente essere estesa a tutte le persone in difficoltà e non può essere negata solo perché qualcuno non soddisfa determinati requisiti quale quello della residenza o perché non può dimostrare di aver perso lavoro e reddito dopo una certa data.

Il problema al solito è che le risorse messe a disposizione dallo Stato per i Comuni che devono erogare queste misure sono pari a zero… i 400 milioni utilizzati per i buoni alimentari non sono risorse aggiuntive, ma sono una quota, peraltro esigua, del fondo di compensazione perequativo istituito col federalismo municipale. In pratica lo Stato ha solo autorizzato lo storno di voci di bilancio per l’erogazione dei buoni alimentari.

Altri Comuni, ad esempio Bologna, oltre alla quota di risorse ripartita dallo Stato (circa 2.000.000 come Firenze), ha aggiunto ulteriori 1.700.000 euro, elevando a 3.700.000 euro le risorse complessive per i buoni spesa

Lo stesso dovrebbe fare il Comune di Firenze perché ancora oggi ci sono famiglie che telefonano chiedono ancora di fare la domanda perché ancora speranzose di ottenere la risposta che il Comune ha promesso di dare!.

Non tutte le domande ricevute dal Comune di Firenze sono state invece soddisfatte; a queste si aggiungono le migliaia di domande rigettate e quelle non arrivate in tempo causa l’inesperienza delle persone nell’uso del computer o perché non sono riuscite a prendere la linea dei numeri dedicati.

Ancora più assurda ci sembra la divisione tra persone in stato di bisogno operata dal Comune di Firenze: quelle che possono certificare di aver perso il reddito per il Covid hanno avuto il buono spesa, mentre quelle che non possono certificare la riduzione di reddito causa covid , in particolare le famiglie già seguiti dai servizi sociali, hanno avuto solo dei pacchi alimentari di valore molto ridotto (queste sono le testimonianze ricevute dai beneficiari) e contengono solo alcuni dei beni di cui una famiglia ha quotidianamente bisogno.

In questo si è mantenuta una tradizione che qui a Firenze dura fin dal ‘400, da quando per aiutare la nobiltà decaduta senza ferirla nell’orgoglio, quindi non con la solita carità del pezzo di pane e della minestra riservata a chi povero era sempre stato, è stata fondata una congregazione, quella di S. Martino che aiuta questi nobili decaduti, i “poveri vergognosi”, in forma discreta e solo con elargizione di denaro contante per non offenderli.

Un altro problema lo hanno trovato i beneficiari dei buoni alimentari quando alle casse del supermercato hanno dovuto togliere dal carrello o pagare di tasca tutti quei beni non alimentari ma indispensabili per l’igiene, specie in tempi di coronavirus, sapone, detersivi, carta igienica….forse sul retro dei buoni, che altro non sono che i buoni pasto che si danno ai dipendenti, potevano stampigliare la vecchia filastrocca:

Chi col dito il cul si netta
tosto in bocca se lo metta
così tien presto pulito
carta, muro, culo e dito

Rete Antisfratto Fiorentina




Oltre 1200 anziani ospiti nelle RSA toscane contagiati da Covid-19

Monica Sgherri, ex consigliere regionale PRC
Daniela Vangieri, responsabile sanità PRC Toscana

Oltre 1200 anziani ospiti nelle RSA toscane contagiati da Covid-19: gli anziani anello debole in Toscana come in Lombardia!
Il Consiglio Regionale istituisca una commissione d’inchiesta: cosa è successo e perché rivederne il modello di gestione verso una pubblicizzazione per il futuro.



La bella Toscana rossa, Regione a guida monocolore PD che si vanta di essere modello di buon sviluppo costantemente in competizione con la Lombardia , soprattutto sulla sanità e sulle forme di privatizzazione, non è esente in questa tragica pandemia del Covid-19 di episodi gravissimi nelle RSA. Neanche in questo caso si è rivelato è un buon modello da contrapporre a quello rivelatosi fallimentare della Lombardia.

La Regione Toscana che ha delegato tutta la cura degli anziani alle RSA private e convenzionate, con costi altissimi a carico delle famiglie alle quali non sempre veniva tra l’altro riconosciuta la quota sanitaria pro capite, non ha saputo costruire un sistema solido. Le RSA in moltissimi casi, come ci ripartano le cronache oramai quotidiane, non sono state una oasi felice e protetta per i nostri anziani, capaci, in questo frangente, di metterli al riparo dell’epidemia. Da oasi protetta il passo a lazzaretto è stato breve per molte strutture.

Cosa è successo nelle RSA toscane, lo dobbiamo sapere come andranno appurate le responsabilità. La magistratura farà il suo corso, per quanto riguarda invece la Regione Toscana dovrà appurare cosa non ha funzionato del sistema e perché.

Oggi sappiamo, a seguito dei tamponi effettuati, che circa 1200 anziani ospiti nelle strutture sono risultati positivi.

L’indagine va dunque estesa a tutte le strutture perché via via i singoli casi che emergono sono allarmanti per le notizie che portano: il covid-19 è entrato in queste RSA, ma anche troppi anziani non sono stati ricoverati e dunque non hanno avuto né le cure necessarie e non sappiamo se hanno avuto quelle umanitarie, e troppo di essi sono deceduti.

Come hanno agito i gestori, nella maggior parte privati, delle strutture, sono stati richiesti i tamponi e sono stati poi effettuati, che misure di isolamento sono state realizzate laddove c’erano anziani contagiati dal virus, il personale era protetto in maniera congrua e quanti di essi si sono infettati per continuare ad andare a lavorare e prestare un opera essenziale. E non ultimo, gli operatori contagiati e in malattia sono stati sostituiti e dopo quanto?

Una indagine che chiarisca quanti decessi in questi mesi di contagio rispetto alla media annuale degli anni precedenti, tanto per far emergere il vero dato degli effetti dell’epidemia.

L’azienda AUsl Toscana Centro ha una sua commissione di indagine che sta lavorando, i due ultimi casi emersi, quello della casa di San Giuseppe e di Villa Gisella a Firenze, sono la conferma che siamo in presenza di un fenomeno drammatico, non isolato. Una vera e propria polveriera.

Ma la Regione Toscana deve attivarsi anch’essa nominando una commissione di indagine, che riguardi tutte le strutture sul territorio regionale (e non solo dunque l’ASL centro) e deve farlo subito. La questione è talmente grave e delicata che non può essere circoscritta alle sole aziende sanitarie e alla Giunta, ma deve vedere il coinvolgimento del Consiglio Regionale.

Nel passato una commissione di indagine è stata nominata per quanto successo al Forteto, erano evidente anche allora i pericoli di strumentalizzazione. Però Il Consiglio Regionale ha votato l’istituzione della commissione di indagine e anche allora il gruppo di Rifondazione Comunista ha sostenuto la sua istituzione, l’ha votata e vi ha lavorato con serietà.

Oggi, la drammaticità di quanto accaduto nelle RSA chiede altrettanto coraggio al Consiglio Regionale: l’istituzione di una commissione di indagine oltre ad appurare quanto accaduto fornirà la cornice per predisporre un nuovo modello regionale affinché mai più si possa ripetersi quanto accaduto con in questa epidemia.

Il limite sostanziale del modello toscano, oltre la pesantissima privatizzazione, è stato quello di un sistema di accreditamento il rapporto medici, infermieri, fisioterapisti rispetto al numero di ospiti. E carente è stato il controllo.

La delega totale al privato, enfatizzazione dei suoi meriti e delle sue capacità (vedi Don Gnocchi) non ha protetto la Regione Toscana nei suoi propositi e le RSA si sono rivelate un l’anello debole dell’epidemia.

Una commissione di indagine che metta sotto la lente di ingrandimento cosa é successo e perché è successo. Un contributo affinché si pongano le basi perché non succeda mai più.

E per il futuro un modello di gestione che rompa la separatezza tra queste strutture e la società nelle sue varie articolazioni a partire dal coinvolgimento nei comitati di gestione delle associazioni dei malati cronici e dei parenti dei pazienti.

Anche il loro vigile controllo e contributo sarà a garanzia che mai più persone anziane e fragili siano abbandonate a se stesse, isolate da affetti e conoscenti, vittime indifese della noncuranza o peggio ancora di una epidemia!




Un numero verde per la sicurezza nei luoghi di lavoro: dalla sinistra negli enti locali fiorentini una proposta importante

Come Partito della Rifondazione Comunista sosteniamo ovviamente la proposta e salutiamo positivamente l’ampia condivisione che ha trovato nei vari enti locali. La centralità della dignità di chi lavora sarà sempre una nostra priorità, politica e organizzativa. Ringraziamo con l’occasione le compagne e i compagni che dopo l’appello di ieri, relativo al ritorno all’attività istituzionale nei Consigli comunali, hanno oggi contribuito all’uscita di questa iniziativa.


(Sinistre dell’area metropolitana fiorentina) Un numero verde per la sicurezza di chi lavora



Passato il primo momento di forte disorientamento, stiamo affrontando il dibattito attorno alla cosiddetta fase 2 dell’emergenza Covid-19. I primi segnali che questa fase potrebbe non essere meno difficoltosa della precedente sono certificati dall’allarme lanciato sia dal Presidente della Regione Toscana che dalla Prefetta di Firenze, sulla facilità con la quale le aziende che vogliono ripartire a produrre lo possano fare con una semplice autocertificazione.

Di fronte a questa situazione crediamo che un numero verde a disposizione di chi lavora, per segnalare condizioni di insicurezza con la garanzia dell’anonimato, sarebbe una forma di tutela importante e concreta, che gli enti locali ed in particolar modo la Città Metropolitana col suo tavolo per il lavoro, potrebbero facilmente istituire, senza grandi spese, prevedendo forme di lavoro agile per garantire la tutela del proprio personale dipendente.

Una richiesta simile è stata avanzata anche a livello regionale, ma immaginiamo un servizio di prossimità e di facile accesso, col costante rapporto con la ASL e con i Sindaci, che sono anche direttamente investiti della responsabilità della condizione di salute della popolazione del loro territorio. Proprio per questo motivo un servizio come questo può assumere una valenza ancora più importante, dando la possibilità di un intervento immediato con il fine di garantire la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici, ma anche di tutta la cittadinanza.

Questa nostra richiesta tuttavia non vuole minimamente disconoscere il ruolo delle organizzazioni sindacali, anzi, in questo un loro coinvolgimento sarebbe auspicabile; visto però che non in tutte le realtà, soprattutto in quelle piccole o a conduzione familiare con pochi dipendenti, è immediato il contatto con i lavoratori e le lavoratrici, pensiamo che un numero verde possa aiutare a far comprendere loro che hanno a fianco anche le istituzioni.

Crediamo fondamentale per il presente e l’immediato futuro una centralità dei lavoratori e delle lavoratrici che garantiscono la ripresa della normalità, impegnando il loro tempo e talvolta anche  
mettendo in pericolo la propria salute.

Enrico Carpini (Consigliere Città Metropolitana Territori Beni Comuni),

Lorenzo Falchi (Sindaco di Sesto Fiorentino),
Leonardo Borchi (Sindaco Vaglia),

Sonia Rendini (consigliera comunale Bagno a Ripoli)
Stefano Berni e Paola Nardi (consigliere comunale di Barberino di Mugello)
Lorenzo Verdi (consigliere comunale di Borgo San Lorenzo)
Lorenzo Ballerini (consigliere comunale di Campi Bisenzio)
Beatrice Cioni e Leonardo Masi (consigliera e consigliere comunale di Empoli),
Dmitrij Palagi e Antonella Bundu (consigliere e consigliere comunale di Firenze),
Simone Secchi e Fabio Baldi (consiglieri comunali di Greve in Chianti),
Alberto Mariotti (consigliere comunale di Rignano sull’Arno)
Tatiana Bertini e Caterina Corti (consigliere comunali di Scarperia e San Piero a Sieve)
Maurizio Ulivo Soldi, Jacopo Madau e Ivan Moscardi (consiglieri comunali di Sesto Fiorentino)
Francesco Maione e Marisa Boschi (consigliere e consigliera comunali di Pelago)
Emiliano Salsetta e Lorenzo Banchi (consiglieri comunali di Vicchio)

Amortech, da pixabay.com




La democrazia deve ripartire

Superiamo proprio in questi giorni il primo mese da quando siamo stati invitate e invitati a rimanere in casa. Un mese di scelte gravi e importanti, in cui sono state limitate le libertà di tutte le persone e che hanno messo in discussione il funzionamento democratico delle nostre istituzioni, a tutti i livelli. 
Proprio per questo il dibattito politico non si deve fermare, soprattutto adesso che Governo e Regioni lavorano sulla cosiddetta “fase 2”. La pandemia legata a Covid-19 non finirà nel breve periodo, troppo è stato già deciso, ma molto dovrà esserlo e i governi locali non possono e non devono agire relegando alla stampa e ai social gli unici luoghi di informazione e discussione.

Chi viene eletto all’interno dei Consigli lo fa per svolgere funzioni di controllo e di indirizzo. Le Giunte non possono e non devono governare senza la controparte consiliare, dove siedono anche i gruppi di maggioranza, che pure hanno un loro ruolo.

Da comuniste e comunisti abbiamo sempre denunciato i limiti del nostro sistema democratico, in particolare negli ultimi decenni. Crediamo però fondamentale lanciare un appello perché si torni a discutere nelle opportune sedi delle scelte di governo dei nostri territori: commissioni consiliari, consigli comunali, di quartiere e della Città Metropolitana.



La stessa politica rischia di diventare vittima dell’emergenza. Le cittadine e i cittadini si rivolgono quotidianamente agli enti istituzionali di maggiore prossimità e il silenzio o l’incertezza tolgono credibilità alla democrazia.

La sicurezza della classe lavoratrice è ovviamente una priorità, per cui la nostra richiesta è che le modalità di lavoro agile siamo di supporto a questa ripartenza.

In questa direzione va il nostro appello: le sedute dei Consigli degli enti locali devono essere garantite anche in questa fase, in sicurezza, utilizzando metodi a distanza già messi a disposizione per il telelavoro, ed appena possibile la discussione deve tornare a svolgersi nelle sedi deputate.

La democrazia deve ripartire, anzi non si deve mai fermare!

Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Firenze

Le elette e gli eletti degli enti locali iscritti a Rifondazione

Foto da cittametropolitana.fi.it




Chiusura di Roberto Cavalli: una brutta pagina da cancellare

Roberto Travagli, Responsabile Lavoro Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Firenze
La segreteria provinciale del Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Firenze

Una storia senza fine quella della Roberto Cavalli s.p.a. Ci eravamo già occupati della vicenda nell’ottobre 2015, quando l’azienda mise in mobilità circa 70 dei 350 dipendenti dello stabilimento fiorentino dell’Osmannoro. Un anno dopo, esattamente nell’ottobre 2016, chiude (senza nessun confronto sindacale) tutti gli uffici di Milano e trasferisce tutto nella provincia di Firenze.



La Roberto Cavalli s.p.a fa parte del gruppo Clessidra, che è un gestore di Private Equità, presente sul mercato italiano con circa 2 miliardi di euro investiti.

È negli anni 2016/17 che avvengono i tagli più massicci (200 dipendenti su 672), annunciati nell’ottobre 2016, seguiti dalle chiusure dei negozi.

Da circa un anno la proprietà è passata al gruppo immobiliare di Dubai Damac Properties ed è controllata dalla società Vision Investment, del magnate Hussain Sajwani.

Tutto questo ci fa pensare a un sistema fatto di scatole cinesi; acquisizioni di aziende di fatto sane, con una buona capacita produttiva e con una consolidata fetta di mercato di riferimento, costruita anche con il sacrificio della classe lavoratrice, come al solito sempre generosa, anche di fronte a una classe imprenditrice approssimativa, che tende solo a rendite di posizione e/o a crearsi rosei futuri, magari in qualche paradiso fiscale. Tanto per inquadrare gli attori, con una semplice ricerca si può scoprire che Hussain Sajwani (66 anni) è tra i 100 arabi più influenti a livello mondiale, quarto tra gli uomini più ricchi degli Emirati Arabi Uniti, secondo le classifiche di Forbes. Vanta ovviamente amicizie importanti (ministri, ambasciatori, uomini della grande finanza di ogni parte del mondo), tra cui quella con Donald Trump (di cui è anche socio d’affari).

Per quanto riguarda il gruppo Clessidra nel portafoglio troviamo rapporti con banche quali la Popolare di Milano e Monte dei Paschi di Siena, oltre che con società come Aeroporti di Roma S.p.A, Sisal S.p.A, Società Gasdotti Italia S.p.A. etc e ovviamente la Roberto Cavalli S.p.A.

Come sempre  fra il dire è il fare c’è di mezzo molto… leggiamo sul sito di clessidrasgr.it, alla voce Social Responsabilità, “Clessidra si impegna a seguire i principi e le linee guida per investimenti responsabili. Un ruolo di valore condiviso e riconosciuto in Italia e nel mondo, per far crescere le aziende nel rispetto delle persone e del territorio”…

A fronte di questi enunciati ci pare che la decisione della chiusura dello stabilimento sia legata soltanto a logiche di profitto e di agibilità, attuate magari in regioni come la Lombardia, a trazione leghista, dove le pressioni di Confindustria sono quelle che dettano legge, come si evidenzia in questo periodo, con il rifiuto di chiudere le attività non indispensabili anche in presenza di una pandemia come quella legata a Covid19.

Tutto questo è inaccettabile.

Senza nessun confronto con le parti sindacali, quanto annunciato è semplicemente una forma di licenziamento mascherato a scapito della classe lavoratrice, reso ancor di più inaccettabile perché avviene mentre il Paese è attraversato da una emergenza sanitaria

Il Partito della Rifondazione Comunista è fortemente indignato e preoccupato per questo ennesimo episodio. Le ristrutturazioni delle aziende non possono essere fatte sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici, soprattutto quando si può parlare chiaramente di un’operazione di speculazione.

Ci uniamo quindi alla forte indignazione espressa sul nostro territorio anche da parte delle forze sindacali e del Sindaco di Sesto Fiorentino. Crediamo che tutte le istituzioni e le parte politiche del territorio debbano denunciare questa operazione. Saremo presenti in ogni mobilitazione chiamata a garantire i livelli occupazionali e i diritti della classe lavoratrice, in maniera unitaria e decisa. Saremo al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici. Anche se al momento non possono essere organizzate manifestazioni sul territorio, non faremo mancare il nostro sostegno.