Come era stato annunciato nelle precedenti settimane, l’autonomia differenziata va avanti, nonostante la sentenza
della Corte Costituzionale.
Il 18 febbraio 2026, alle ore 16, sono state approvate in una riunione del Consiglio dei Ministri, cui hanno
partecipato i Presidenti delle Regioni interessate, le intese che riguardano 3 materie “non Lep”: “protezione civile”,
“professioni” e “previdenza complementare e integrativa”, sulle quali 4 regioni del Nord (Veneto, Lombardia, Piemonte,
Liguria) potranno esercitare potestà legislativa esclusiva. Ad esse si aggiunge una quarta materia (“tutela della salute
coordinamento della finanza pubblica”). In attesa dei passaggi che dovranno essere compiuti – Conferenza unificata Stato
Regioni Enti locali, che dovrà esprimere entro 60 gg un parere (non vincolante); poi un passaggio alle due Camere, che
formalizzeranno entro 90 gg una valutazione attraverso atti di indirizzo (anche essi non vincolanti) – il Presidente del
Consiglio o il Ministro per gli Affari Regionali redigeranno un testo definitivo, che verrà controfirmato dal Presidente di
Regione, deliberato in CdM e trasmesso alle Camere per il voto definitivo, a maggioranza assoluta dei componenti, con
una probabile conclusione dell’iter entro il 2026.
I Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e il Tavolo NO
AD hanno già espresso in varie sedi le nette critiche su queste procedure accelerate per realizzare l’autonomia
differenziata, volte a nostro avviso ad eludere il dettato della sentenza 192/24 della Corte. Per questo la nostra azione di
contrasto non solo continua; ma, con ancora maggior forza, ora più che mai chiediamo alle Regioni (innanzitutto a quelle
governate dal Centro Sinistra) che non sono state coinvolte in questa cruciale fase preliminare di far sentire la propria
voce e di rivendicare i propri diritti, come fecero nell’estate del 2024 rispetto alla legge 86/24.
Come ha perfettamente spiegato Marco Esposito in un articolo della newsletter del 18 febbraio, si rilevano, nella
procedura adottata con le 4 Regioni, alcune precise deviazioni da quanto prescritto dalla sentenza della Consulta. Non
possiamo pertanto che concordare con lui: “L’autonomia differenziata, ripetono spesso i suoi sostenitori, è scritta in
Costituzione, al terzo comma dell’articolo 116. Vero. Ma la sua attuazione non può calpestare né gli altri principi
costituzionali né i paletti definiti dalla Corte costituzionale”.
Per essere espliciti: la sentenza 192/2024 della Corte costituzionale metteva in risalto la necessità di attribuire
un ruolo centrale al Parlamento nella definizione e approvazione delle Intese. La procedura che Calderoli sta seguendo è,
al contrario, quella di emarginare il Parlamento, chiamato ad esprimere pareri e alla fine a votare a favore o contro la
legge di recezione. Insomma, il modello è quello delle procedure dei Trattati internazionali, o delle Intese con le
confessioni religiose. Nel caso, però, delle Intese ex art. 116 terzo comma, non si tratta di istituzioni internazionali o
religiose; si tratta delle competenze del Parlamento, competenze che esso devolve. Dunque, il Parlamento è soggetto e
oggetto, per cui sono le Camere a dover essere il centro decisionale, mentre esse vengono spogliate finanche del potere
di emendamento su materie legislative di propria competenza.
Il Parlamento è umiliato e – per quanto il governo Meloni l’abbia ridotto a passacarte con il profluvio dei decreti legge e
della fiducia a ripetizione – questo annullamento completo del ruolo del Parlamento è davvero scandaloso.
Nel merito: sul sito del Dipartimento Affari regionali, oltre al comunicato di vittoria del ministro Calderoli, oltre ai testi
delle preintese, si trova una sola scheda di sintesi, perché tali preintese sono una fotocopia l’una dell’altra. Siccome la
Corte Costituzionale – sempre nella sentenza 192/2024 – ha ripetutamente specificato che ogni funzione devoluta deve
avere una sua ragione specifica, regione per regione, come è possibile che tutte e quattro le Regioni richiedano le stesse
funzioni? Sono forse le loro condizioni socio-economiche e istituzionali identiche? Evidentemente no. Ciò che si vuole è
semplicemente demolire la Repubblica, la sua unità e indivisibilità nella garanzia dei diritti civili e sociali. D’altro canto,
basta scorrere l’elenco delle funzioni, oppure leggere l’articolo 3 delle preintese sulla Sanità, per cogliere la gravità
dell’attacco ai diritti sociali, dato che le Regioni potranno differenziare le tariffe dei rimborsi, creare fondi sanitari
integrativi, assumere personale oltre quello stabilito nella ripartizione del Piano sanitario nazionale, spostare addirittura
poste del bilancio, per capire che siamo al primo passaggio della “secessione dei ricchi”.
Noi ci opporremo e chiediamo alle altre Regioni di respingere in Conferenza unificata il testo delle preintese, di
attivarsi per ricorrere alla Corte costituzionale, di impegnarsi a una campagna di mobilitazione contro metodi e contenuti
delle preintese. Alle forze parlamentari chiediamo di bloccare l’iter delle preintese fino a quando non si siano definite
procedure che rispettino e rispecchino il ruolo centrale delle Camere. Alle organizzazioni politiche, di far sentire la loro
voce di protesta e di prepararsi alle elezioni del 2027 con il preciso intento di cancellare l’articolo 116 terzo comma della
Costituzione, così da tagliare alla radice la mala pianta della secessione e di elaborare una revisione complessiva del
Titolo V, improvvidamente modificato nel 2001. Alle forze sindacali e associative, di manifestare la loro opposizione e
di avviare una campagna di controinformazione nei luoghi di lavoro e nei territori, per difendere quel che resta delle
garanzie dei diritti sociali, che devono divenire uno dei temi centrali delle mobilitazioni operaie e popolari.
Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e
Tavolo NO AD