Relazione di apertura di Dmitrij Palagi al X Congresso provinciale

Relazione introduttiva di apertura del X Congresso provinciale. 18 marzo 2017.

Dmitrij Palagi, Segretario uscente – Qui la relazione in PDF

Un grazie alle compagne e ai compagni con cui ho condiviso questi 20 mesi da Segretario provinciale, in particolare per il lavoro portato avanti in queste settimane congressuali, a cui tornerò a fare riferimento nella parte finale di questa relazione. La riconoscenza del Partito va alla Casa del Popolo che ci ospita ed ovviamente alla persone presenti questa mattina per portare il saluto delle forze politiche, sindacali e sociali invitate.

Vorrei proporvi in apertura la citazione di una scrittrice statunitense, nota per il suo impegno a favore della pace, della dignità delle donne e della giustizia sociale. Ursula Le Guin, nel romanzo di fantascienza I reietti dell’altro pianeta, scrive:  “l’idea è come l’erba. Brama la luce, ama le folle, s’irrobustisce con gli incroci, cresce più forte se la si calpesta”.

Sentiamo spesso il peso del tempo, sia rispetto al lungo corso del movimento operaio, sia per i più recenti anni della ancora incompiuta Rifondazione Comunista. Con frequenza finiamo però per limitarci a fare riferimento ad un arco di eventi limitato, perdendo il senso della storia e accettando di consumare la memoria ad uso di qualche celebrazione. Il passato ha un senso se viene utilizzato per guardare avanti, con progettualità e consapevole identità. Talvolta invece, nelle discussioni, oscilliamo tra la vittoria di Trump e quella dei Verdi in Austria (cresciuti anche in Olanda), tra l’esito della Brexit ed una maggiore multipolarità in Medio Oriente. Spesso abbiamo lamentato le difficoltà del fermarsi ad elaborare delle analisi articolate e tentare di avviare delle discussioni sul lungo periodo. Inseguiamo gli insostenibili ritmi della comunicazione contemporanea, pensando di potervi far fronte come si faceva nel secolo passato, prima dell’avvento di internet e delle altre tecnologie più recenti.

Giocando sull’anno dei centenari mi permetto di riportare un intervento alla Camera dei Deputati del 1888, cioè di un secolo prima del mio anno di nascita. Sono parole pronunciate dal Deputato Andrea Costa, tra i fondatori del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna e di cui potete trovare echi nei saggi e nei romanzi di Valerio Evangelisti (1).

«Allora dovete entrare in un ordine di idee socialistiche, ed io credo che oramai, poiché vi sono tante e tante forme di socialismo, dal socialismo di Stato al socialismo cristiano, a quello cattolico, a quella della cattedra, non vi spaventate certamente se io vi dico che in quest’ordine di idee dovete entrare francamente. Cioè, voi dovete far sì che lo Stato concepisca la missione sua moderna, e sia, per quanto esso può esserlo, una tutela sociale, a cui non invano si rivolgono coloro, che, per combattere la lotta della esistenza, non hanno i mezzi che hanno invece coloro che appartengono alle classi privilegiate» (2).

E ancora, in un altro discorso (e scusate per le lunghe citazioni).

«Fintantoché la società sarà divisa in classi, e da una parte avrete i lavoratori che non hanno i mezzi del lavoro e dall’altra gli sfruttatori, che questi mezzi posseggono e non mettono in opera […] all’operaio non sarà dato che un salario meschino appena sufficiente per il solo pane quotidiano. In tali condizioni le leggi sociali saranno sempre una ironia e la libertà politica altrettanto. Finché il monopolio dei mezzi del lavoro si porrà sotto i piedi i lavoratori della città e della campagna, fino allora non vi potrà essere mai un’organizzazione razionale qualsiasi del lavoro. La libertà, o signori, ha per fondamento la proprietà. Non si può essere liberi se non si posseggono i mezzi e i frutti del proprio lavoro; non si può essere liberi se non si è côlti, se non si è istruiti» (3).

Non so se queste parole riescono a trasmettere quella idea lontana di una dignità dell’uomo, della donna, del lavoratore, della lavoratrice, che prescinde dalla dimensione religiosa o dal successo secondo i parametri imposti dalla società. Il peso della storia a cui vogliamo appartenere ci dà risposte importanti date troppo a lungo per scontate e oggi dimenticate, travolte dalle macerie del Muro di Berlino e dallo sgretolarsi dei gruppi dirigenti di un’esperienza internazionale e nazionale a cui non erano mancati obiettivi raggiunti e conquiste ottenute.

Elisabetta Grande, docente di Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte Orientale, ha pubblicato da poco un libro sulla povertà negli Stati Uniti (4). In non molte pagine viene riassunta una parabola a cui non siamo riusciti ad opporci, anche se nota a chi come noi ha fatto parte del Movimento no global. La globalizzazione ha cancellato ogni tutela conquistata sui territori, a partire dall’affermazione di un impianto legislativo occidentale per il quale è il mercato e non l’uomo la misura di tutte le cose. La nuova creazione di lavoratori deboli, l’abbandono di ogni tutela dei poveri e infine la loro recente criminalizzazione sono frutto di scelte politiche consapevoli, a cui il centrosinistra si è illuso di poter dare risposte temperate e riformiste negli anni ‘90. Tutto si lega: la sanità, le pensioni, l’istruzione pubblica, il diritto internazionale, i diritti sui luoghi di lavoro. Sono ormai quasi 50 anni che è iniziato l’attacco ad una visione per la quale è un diritto vivere bene. Oggi in troppi sono convinti di avere alle spalle un’epoca in cui avremmo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, ma noi sappiamo che ogni peggioramento a danno dell’ambiente, delle donne, delle giovani generazioni, di chi pensava di essere tutelato, è frutto di una contraddizione interna al capitale. Abbiamo le capacità per leggere il presente e prospettare un futuro diverso, ridando speranza. Si tratta però di rompere l’impianto istituzionale, comunicativo e di informazione, coltivando dissenso e coscienza critica in ogni momento, a partire dai noi stessi.

All’iniziativa del 25 febbraio  in Palazzo Vecchio, a sostegno dei referendum della CGIL, ho ascoltato la descrizione della mia condizione di “privilegiato”. Lavoratore a tempo indeterminato, con vecchio contratto, giovane e con contributi puntualmente versati da oltre 4 anni, con una fascia di reddito annuale intorno ai 17.000 € (lordi). Dallo stipendio togliete l’affitto, le bollette, qualche spesa e rimane il privilegio di poter svolgere l’incarico di Segretario Provinciale senza rimborsi spese, grazie all’aiuto della famiglia. Anche essere privilegiati oggi non garantisce di potersi tutelare da una condizione di povertà. Leggendo di come le persone cadano negli Stati Uniti in una condizione di indigenza non ho potuto fare a meno di provare un brivido di timore rispetto al futuro e però poi mi sono tornate in mente le parole di Andrea Costa, anche riflettendo sullo sfruttamento a cui erano sottoposti i braccianti che per primi dettero concretezza alla parola socialismo, facendola vivere nei campi.

«Chi è solo è più facile che, se povero, lo sia ancora di più, perchè non ha nessuno con cui condividere una economia di scambio, sia pure misera. La sua povertà solitaria è, inoltre, psicologicamente devastante». Quello che passa oggi è un «messaggio individualizzante del ciascuno per sé e della divisione sociale» (5).

I Governi hanno legiferato per smantellare ogni legame sociale, mentre il sistema repressivo ha affogato nel sangue di Genova l’imponente alternativa che si presentava alle soglie del nuovo millennio. Abbiamo la necessità di convincere di nuovo che non c’è alcuna possibile soluzione nel pensare solo a se stessi, come se ognuno di noi fosse il protagonista di una produzione cinematografica a stelle e strisce del peggior genere.

Su questo dobbiamo costruire l’unità della sinistra, perché sia utile a ridare coscienza all’unità di classe e sia in grado di incidere concretamente, puntualmente, sulle condizioni di vita reali di chi siamo chiamati a difendere.

Lo ho scritto qualche giorno fa sulla rivista del Becco. Credo che il dibattito attorno al femminismo sia mal posto quando ci si chiede se le donne siano state cooptate dal capitalismo in una narrazione individualista. Certo l’8 marzo abbiamo faticato anche solo a portare uno striscione con il nostro simbolo in piazza. Eppure se in una lotta politica manca coscienza politica non si può fare a meno di cercare di contribuire in modo costruttivo, aggiungendo ciò che manca, sapendo che se la nostra prospettiva è un sistema completamente alternativo al capitalismo ma che al tempo stesso non si può rinunciare ad agire concretamente nella quotidianità, sapendo che le parole d’ordine su cui costruire consenso non necessariamente coincidono con la “teoria” (che non a caso dovrebbe sempre essere accompagnata dalla prassi). Credo che ci sarà modo di portare avanti in questa federazione almeno parte delle riflessioni che ho voluto proporvi. Certo è che fuori dal nostro Partito nessuna scissione e nessuna esperienza ci propone valide alternative o risposte complete.

Il Partito e la fase congressuale

La Federazione di Firenze ha iniziato la sua fase congressuale con il Comitato Politico del 27 gennaio 2017. I 27 Congressi di Circolo si sono tenuti tra l’8 febbraio e il 4 marzo, coinvolgendo 252 compagne e compagni, il 63% degli aventi diritto (400 iscritte/i nel 2016).

Rispetto al 2013 abbiamo registrato un calo di 157 persone aderenti al nostro Partito, da cui è conseguita la proposta organizzativa che rivede la nostra struttura territoriale organizzata oggi in 19 Circoli e con un largo gruppo dirigente diffuso, con circa 140 compagne e compagni impegnati nei rispettivi Direttivi di sezione.

Dal punto di vista economico arriviamo, rispetto al 2015, con un debito alleggerito di quasi due terzi, mentre sono tornate ad aumentare le feste organizzate all’interno della nostra provincia, anche grazie all’opportunità dataci dalla Segreteria nazionale, per due anni consecutivi, di organizzare gli appuntamenti Ripartiamo! (2015) e Ribelliamoci! (2016). Possiamo quindi prevedere di arrivare nel 2018 con un bilancio dove vi siano delle cifre a disposizione per l’attività politica e non solo destinate a ripagare i “costi del passato”.

Rispetto alla linea politica, il documento 1 ha ottenuto in voti assoluti un numero simile a quello del IX Congresso (181 voti, erano 196), mentre il documento 2 conferma la percentuale della terza mozione del 2013 (61 voti, erano 74). Due aree politiche in questi anni hanno lasciato il partito (Essere Comunisti e Sinistra Classe Rivoluzione – FalceMartello), con scissioni articolate al loro interno, determinando in generale un abbandono che impedisce alla maggioranza di poter valutare positivamente il suo rafforzamento in termini percentuali (dal 67 al 75%).

Se è vero che questo in questi mesi la discussione interna non è stata aspra come in molte altre simili occasioni, ad esempio le consultazioni di fine 2015, è ancora lontano l’obiettivo di fare della fase congressuale il momento in cui esprimiamo il meglio di noi. Alcune compagne e compagni, non solo i 10 astenuti, si sono lamentati di una situazione di difficoltà rispetto alla necessità di dover votare tra opzioni politiche non portate a sintesi. Una generale sensazione di stanchezza segna soprattutto chi ha maggiore storia ed esperienza, rafforzata da un’assenza di fiducia pienamente comprensibile dopo anni di sconfitte e scarse soddisfazioni.

Il contesto in cui militiamo è certamente ostile. Le nuove iscritti e i nuovi iscritti non sono mancati per fortuna, ma non parliamo di grandi numeri, al momento, mentre è necessario evidenziare come la tessera sia spesso il coronamento di un’attività svolta al fianco del Partito per qualche mese. Sono ormai pochi coloro che si avvicinano per un’adesione “di opinione”. Questo ci pone in “direzione ostinata e contraria” rispetto ad una società dove il tempo sembra non bastare mai e in cui ognuno è invitato a pensare a se stesso. Qualsiasi forma associativa oggi lamenta una crisi di partecipazione e di adesione. I servizi al cittadino sono quelli in grado di garantire la sopravvivenza a molte organizzazioni sociali. La solidarietà, di classe o di altra matrice, è sempre meno presente all’interno della quotidianità. Dovremmo quindi essere in grado di ripensare alle nostre forme tenendo conto di una considerazione centrale: non siamo più un partito di massa (se mai lo siamo stati) e non godiamo di “consenso di opinione”, mentre proponiamo delle pratiche politiche apertamente in conflitto con il sistema valoriale oggi egemone.

In questo senso il limite più grande della storia di Rifondazione Comunista è probabilmente stato quello di non essere un’alternativa anche nel metodo di confronto interno. Persino le pratiche sociali inaugurate dopo il Congresso di Chianciano si sono talvolta declinate in contrapposizione con anime interne più legate al PCI.

Con le compagne e i compagni più giovani, a cui il Partito ha dato l’opportunità di iniziare un’esperienza da “gruppo dirigente”, ci siamo più volte imbattuti in controversie di difficile lettura, ripetute in modo esponenziale al di fuori della nostra organizzazione (quanti “ex” di Rifondazione riempiono le piazze e sono protagonisti di altri partiti o movimenti?).

Abbiamo discusso tra di noi sull’opportunità di portare i risultati di questi venti mesi all’interno del dibattito congressuale, per poi scegliere di tutelarli come patrimonio di tutte e tutti, senza che qualcuno potesse sentirli strumentalizzati, poiché dal 20 di marzo dovremo essere in grado di fare sintesi in ogni occasione possibile, facendo tesoro di ogni critica e suggerimento, a partire dalla consapevolezza che i congressi non si “vincono” ma sono occasione di dialettica interna. Lo dico con la consapevolezza che le discussioni interne mi hanno dato le energie di correre 177 chilometri in nove settimane, ma sapendo che fuori dalla nostra organizzazione nessuno ne auspica la tenuta. Ogni segnale di nervosismo e di stanchezza trova facili e fondate ragioni per essere superato.

In un sistema dove tutto deve essere nuovo, la nostra storia e le nostre cicatrici sono probabilmente un valore aggiunto. Errori da non ripetere, esperienze da mettere a valore, capacità maturate con il trascorrere degli anni, un’ostinata volontà capace di far fronte ad ogni imprevisto. Il patrimonio di Rifondazione Comunista è forse inesplicabile. Molti protagonisti della sinistra sono insofferenti alla nostra sopravvivenza. “Perchè non vi sciogliete?”. Questa domanda mi fu rivolta già a dicembre 2006, quando ottenni la mia prima tessera di Rifondazione (l’iscrizione non fu nemmeno facilissima, dopo alcuni tentativi nei mesi precedenti). Lo stesso quesito arriva oggi da più parti, in tempi di nuove sigle, scissioni per unire, declamazioni di intenti.

La migliore risposta da dare agli “ex”, a chi ci guarda con simpatia ma non capisce perché non ci sciogliamo, alle molte persone che pur rimanendo nel partito si sentono “stanche”, è quella di rendere evidente la nostra utilità, sociale e politica, dimostrandoci sempre capaci di mantenere un rapporto con la realtà che ci sta intorno, sapendo ascoltare anche la critica più strumentale e provando a risolvere ogni problema in positivo, guardando avanti.

Concorriamo democraticamente a determinare la politica nazionale, come prevede la nostra Costituzione, ma concorriamo anche a mantenere aperto il conflitto tra capitale e lavoro, promuovendo una coscienza di classe in grado di emancipare l’uomo e portarlo a conquistare una società più giusta.

Le comuniste e i comunisti si devono muovere con senso della misura rispetto alle proprie capacità, ma senza mai rinunciare a quegli obiettivi immodesti, senza i quali verrebbero meno le ragioni di una scelta di vita al servizio di un mondo migliore.

Sul come farlo e sul che fare penso che sia giusta si esprima il gruppo dirigenti che siamo chiamati ad eleggere, sulla base della discussione di queste due giornate.

Un augurio quindi buon lavoro a tutte e tutti noi, con un rinnovato grazie agli invitati e alle invitate che sono qui stamani per portare il loro saluto.


  1. La trilogia di romanzi del Il sole dell’avvenire di Valerio Evangelisti è edita da Mondadori, mentre la saggistica relativa (Storia del Partito Socialista Rivoluzionario e Il Gallo Rosso) è stata ripubblicata recentemente da Odoya.
  2. Andrea Costa, Disegno di legge sull’emigrazione, Camera dei Deputati, 7 dicembre 1888, Discorsi parlamentari di Andrea Costa pubblicati per deliberazione della Camera dei Deputati, Stabilimenti tipografici Carlo Colombo, Roma, MCMLXXII, p. 209.

  3. Andrea Costa, Sul bilancio del Ministero dell’Agricoltura, industria e commercio, Camera dei Deputati, 19 maggio 1888, Discorsi parlamentari di Andrea Costa, op. cit, p. 175.
  4. Elisabetta Grande, Guai ai poveri. La faccia triste dell’America, EGA – Edizioni Gruppi Abele, Torino 2017.
  5. Elisabetta Grande, Guai ai poveri. La faccia triste dell’America, op. cit., pos. 1400.

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