La forma della città: il piccolo commercio e la solidarietà

Firenze: la forma della città – Il vero decoro è la partecipazione

Dal servizio allerta antifascista alla nostra idea di tessuto urbano – 23 giugno 2018

Il piccolo commercio e la solidarietà

Cristiano Felloni, Circolo PRC Firenze Nord

Mi è stato chiesto un contributo al dibattito che si è tenuto sabato 23 giugno sul tessuto urbano, sulla sua situazione sociale in generale e, attraverso il mio personale punto di vista, sui vari aspetti della vita nei quartieri e sulle relazioni che li innervano. 

Mi è stato richiesto per la mia professione, quella di edicolante (o, come preferisco chiamarla io, di spacciatore di sogni, disinformazione e di menzogne varie, ahimè!), ovvero per l’appartenenza a una categoria professionale – quella dei commercianti – spesso conosciuta (anche giustamente) per le sue lamentele e la sua mentalità spesso definita bottegaia (anche qui sono d’accordo), corporativa, ecc. Certo, credo di essere una rarità: un commerciante che cerca di essere comunista…mah!

Eppure, al di là della retorica che spesso noi edicolanti facciamo nelle nostre ormai rare riunioni sindacali o che appare (appariva) nei comunicati di un tempo (quella per la quale siamo presidio di democrazia e punto di informazione necessaria alla sua vita), esiste certamente una questione più ampia nella quale i punti vendita, le botteghe di qualsiasi genere e merce, hanno un ruolo che mostra senz’altro un nesso, forse non immediatamente evidente, con la questione generale del vivere democratico.

La scomparsa del piccolo commercio e la sua sostituzione con i centri commerciali giustamente definiti da Marc Augè “non luoghi” (destinati probabilmente a loro volta ad un lento decadimento per la concorrenza del E-commerce) non è soltanto un problema di chi ci lavora ma evidentemente riguarda tutti.

Il nesso visibile, con la crisi generale del sentire democratico, della partecipazione al vivere comune, non è solo quello della scomparsa di decine di posti di lavoro (una sconfitta che pesa molto anche sul piano psicologico per il singolo commerciante – ve lo posso garantire – ma una tragedia collettiva quando chiude una catena commerciale: pensate ai recenti casi Mediaworld e Trony) che pure hanno un risvolto sociale (e conseguentemente, a lungo andare, di tenuta democratica) non indifferente, ma si trova anche e soprattutto nelle conseguenze sul tessuto sociale nel medio periodo, con un generale impoverimento delle relazioni fra le persone all’interno dei quartieri, con la mancanza di punti d’incontro (che si sommano peraltro al depauperamento delle strutture sociali di vario genere: centri d’ascolto, punti di riferimento istituzionali come i centri municipali per i servizi, ecc.), con l’abbandono di spazi pubblici che rendono vivo un quartiere e che creano il collante necessario a contrastare il degrado (che non ha niente a che vedere con il “decoro” di cui si ciancia tanto oggigiorno).

A tutto questo siamo arrivati anche grazie a politiche che hanno favorito la grande distribuzione e i soliti noti. E qui mi rendo conto di correre il rischio di essere tacciato di partigianeria…bé, può darsi, ma il problema esiste: esistono queste grandi strutture spersonalizzanti, altamente degradanti per l’ambiente per il loro impatto in termini di cemento, asfalto, spreco di energia ecc.  e (me lo si lasci dire) per un più generale senso estetico che (Pasolini insegna) ha un effetto deleterio e omologante sull’identità di un popolo e sulla sua appartenenza di classe. Centri nei quali il cittadino – che ormai sappiamo essere diventato nella neo lingua del capitale neo liberista solo il consumatore – viene manipolato e portato ad introiettare acriticamente un unico modo di vivere (e di consumare) e quindi bla bla bla…

Piccolo esempio tratto dalla mia esperienza professionale (inelegante, lo so ma necessario per collegare il particolare del mio punto di vista a uno sguardo più generale): due anni fa ho spostato la mia attività all’interno di un fondo abbandonando, per svariati motivi, rispetto al vecchio chiosco nel quale avevo cominciato a lavorare più di dieci anni fa.

Uno spostamento minimo, di circa trecento metri in linea d’aria, all’interno dello stesso quartiere. Con l’avvio dei lavori della tramvia e la cantierizzazione della zona, per molti clienti si è creato un problema di accesso. Nel giro di pochi mesi, un altro negoziante (una tabaccheria) ha preso al volo l’occasione ed è diventato un punto vendita di giornali non esclusivo. Naturalmente ho attivato immediatamente il sindacato al quale sono iscritto che, forte di una legge varata l’estate scorsa che tutela maggiormente le edicole, regolando la vendita dei giornali alle altre categorie commerciali con limiti più restrittivi, è intervenuto presso gli uffici comunali competenti. I quali hanno chiesto al Ministero per i soliti chiarimenti sull’interpretazione del testo che in realtà non ha assolutamente niente di interpretabile.

Il comune non intende certo fare marcia indietro per gli interessi della grande distribuzione, dal momento che, guarda caso, anche le COOP si sono gettate nel “lucroso” settore (dopo che per anni avevano giurato e spergiurato che mai e poi mai avrebbero fatto un simile passo proprio per il rispetto dovuto agli edicolanti).

Insomma, ce ne sarebbero di considerazioni da fare allargando il discorso su parole chiave di questi ultimi vent’anni: liberalizzare, competizione… E se riscoprissimo il valore concreto della solidarietà? E come?

Forse ci vorrebbe una presa di coscienza generale che dia luogo a scelte “politiche”: come quelle che cerco di far intravedere ai vari clienti con i quali in molti casi si può ancora trovare il tempo per scambiare quattro chiacchiere. Piccole scelte ovvie, come quelle di favorire l’acquisto presso un negoziante del quartiere in cui si vive. L’obiezione spesso è valida e la conosciamo bene: la ricerca del risparmio economico (cosa che comunque non vale per un giornalaio che ha i prezzi imposti). Questo comporterebbe un gesto “politico” consistente nel rivalutare appunto la relazionalità contro la mercificazione dell’esistere di oggi e quindi dare una diversa priorità alle nostre scelte.

È davvero meglio una sporta e un frigorifero pieni di prodotti inutili (il sale rosa dell’Himalaya – che cazzo me ne faccio? – il tè alla menta con mela verde e liquirizia,  la carta igienica profumata alla pesca o al limone, i biscotti come li faceva la nonna! ecc. ecc.) e avere il quartiere vuoto, spento triste con tutti quei buchi neri e il cartello “Affittasi fondo” o “Cedesi attività”?


Immagine liberamente ripresa da wikimedia.org