Introduzione all’iniziativa sul Centenario della Rivoluzione (D. Palagi)

Il simbolo, nella storia

Dmitrij Palagi, Segretario provinciale PRC Firenze, introduzione all’iniziativa Rivoluzione Russa, Rivoluzione Oggi, 4.11.2017

Grazie all’ARCI abbiamo potuto tenere questo importante appuntamento in un luogo che raccoglie simbolicamente tutte le Case del Popolo di Firenze, dove si tengono numerose iniziative analoghe e dove resistiamo nel tenere viva la nostra storia. A nome della Federazione ringrazio anche il livello nazionale del Partito, che continua a metterci alla prova con importanti opportunità, in questo caso in particolare l’Area Formazione/Cultura e il compagno Paolo Ferrero, di cui mi permetto di segnalare l’introduzione ad una nuova edizione del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels (Edizioni Q).

Siamo riconoscenti ovviamente anche ai relatori che hanno accettato il nostro invito. Angelo D’Orsi, di cui questo anno è uscito un libro dedicato al 1917 (Laterza), oltre alla nuova biografia di Gramsci (Feltrinelli). Paolo Favilli, presente anche all’iniziativa di settembre sui centenari e puntuale osservatore della politica contemporanea su «il manifesto», oltre che esperto di marxismo e movimento operaio. Raul Mordenti, con il quale non avevamo avuto più modo di incontrarci a Firenze, ma importante riferimento per molte compagne e compagni, dal quale ha tratto anche un importante contributo l’esperienza editoriale del Becco, a fine 2012. Dino Greco, che a Firenze ha accettato di venire in più occasioni nel recente passato, sia per confrontarci sul tema dell’Europa che per un appuntamento di formazione tenuto ad Empoli durante lo scorso anno. Non ci ha potuto raggiungere Lidia Menapace, ma i suoi 93 anni giustificano ampiamente un imprevisto, oltre a evidenziare la forza con cui questa compagna abitualmente è sempre presente per dare il suo contributo, arrivatoci comunque in forma scritta. Domani ci raggiungeranno altri due relatori: Giovanni Mazzetti, di cui da poco è uscito un libro “Contro la barbarie della previdenza” (Asterios) ed attento studioso impegnato per la redistribuzione del lavoro, assieme a Franco Turigliatto, il cui percorso politico ci confermerà la rilevanza della tavola rotonda finale, da cui arriveranno le conclusioni della due giorni.


Le compagne e i compagni del Partito a Firenze sanno della mia abitudine a citare pubblicazioni editoriali con tanto di note, sia rimandando a libri che ad articoli di periodici, spesso collocati diversamente rispetto alle nostre posizioni. Sono stato tentato di fare lo stesso in questa occasione. Non è però il mio ruolo e quindi metterò da parte i numerosi testi usciti in occasione di questo anniversario, di cui sono state riempite le librerie e le edicole del Paese, partendo dall’intervento di Mario Tronti al Senato del 24 ottobre 2017. Il Senatore ha ricordato «il valore liberatorio» dell’insurrezione bolscevica, concludendo con delle scuse per la «troppa partecipazione» ed «enfasi» messa nel suo discorso, dovute al suo nel considerarsi «figlio di quella storia». A chi di noi non è capitato di incontrare qualche militante o dirigente del Partito Democratico rivendicare la sua identità comunista? Al tempo stesso la presa del Palazzo d’Inverno è ricordata da organizzazioni che avrebbero difficoltà a ritrovarsi in una stessa stanza anche per l’interpretazione data a tale evento storico, soprattutto per ciò che è avvenuto negli anni immediatamente successivi al 1917. Possiamo notare un grande sforzo, a sinistra, nel precisare come le comuniste e i comunisti siano altra cosa rispetto a quanto denunciato come crimini del socialismo reale. Penso però che sia necessario insistere sulla separazione tra il valore di un simbolo, la rottura rappresentata dall’atto rivoluzionario sviluppatosi attraverso l’azione dei Soviet, e la sua realizzazione effettiva. Ogni contesto determina il tradursi di un’idea in azioni, soprattutto nel momento in cui la teoria si trasforma in una prassi di gestione diretta del potere.

In questi giorni a pochi chilometri di distanza si tiene una delle principali manifestazioni culturali d’Europa, quale è diventato il Lucca Comics & Games. Non la cito per aver rinunciato ad andarci questo fine settimana e nemmeno per i diversi fumetti dedicati alla nostra storia (sia per i cinquanta anni dalla morte di Che Guevara che per il centenario di cui stiamo trattando). Partecipandovi nei giorni scorsi mi è tornato in mente l’espressione what if, usata per condensare la tecnica narrativa del “cosa sarebbe successo se le cose fossero andate in un altro modo?”. Si tratta di un metodo utilizzato in modo rilevante dalla casa editrice Marvel, che sta dietro a molti dei supereoi patrimonio dell’immaginario comune contemporaneo (oltre che della sempre più rilevante industria dell’intrattenimento). Per chi è abituato a sfogliare la “letteratura disegnata” l’uso dell’immaginazione in questo senso è quindi familiare, per cui appare di scarsa originalità l’operazione dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore dedicata alla storia controfattuale. E se avessero preso il potere i Menscevichi?

La Rivoluzione Russa non può essere cancellata, può però essere svuotata del suo senso storico, che prescinde persino dai suoi epigoni. Vado molto orgoglioso, in modo infantile, del luogo di nascita riportato sui miei documenti, ma sarebbe sciocco se pensassi che quell’Unione Sovietica sulla carta di identità volesse in qualche modo indicare l’essere figlio della pagina scritta dai Bolscevichi cento anni fa. Socialisti, anarchici, liberali come Gobetti… in tanti seppero cogliere l’importanza di un evento capace di dimostrare la possibilità di un diverso paradigma di società. Per quanto la storiografia possa continuare a analizzare la rilevanza degli eventi, credo vada riconosciuto anche un valore insito nell’atto e di natura istintiva, capace di riemergere costantemente nello scorrere dei decenni. Gramsci e la «Rivoluzione Liberale» scriveranno dell’importanza di ciò che avviene in Russia senza nemmeno avere le giuste informazioni, almeno nella prima fase del 1917. Tolte alcune importanti voci, la maggior parte del sistema culturale e di informazione occidentale, o almeno italiano, è impegnato a spiegarci invece quanto torto ha avuto chi ha guardato alla presa del Palazzo di Inverno con speranza. I dieci giorni che sconvolsero il mondo sarebbe stati traditi o fraintesi, a seconda della linea interpretativa proposta dagli autori dei diversi articoli facilmente rintracciabili in edicola in queste settimane. Sul mensile «Il» (sempre un supplemento del quotidiano di Confidustria) la “follia” sovietica conquista la copertina, così come su «Focus Storia» di Novembre (relegando i 500 anni di Martin Lutero a un piccolo cerchio): su quest’ultima rivista Ettore Cinella, definito «uno dei massimi sovietologi italiani», ci spiega che non ci fu una rivoluzione socialista in Russia, ma una sommossa plebea, evidenziando la sopravvalutazione data abitualmente ai ruoli di Lenin e Trotzkij. Operazione più intelligente ed equilibrata appare invece quella di «Internazionale», che propone gli articoli della stampa dell’epoca, mentre gli inserti de «il manifesto» dedicati a questo anniversario, in qualche caso, hanno pagato imprecisioni storiche e leggerezze editoriali. L’importanza di questa due giorni, penso, risiede nella capacità di dare gli elementi per una interpretazione dell’Ottobre russo che sia capace di non prescindere dalla storia e che rifiuti la sindrome della sconfitta, pur rivendicando il sentirsi figli di un libro di cui non condividiamo magari molte delle pagine scritte successivamente al primo capitolo.

Il rigore storiografico e la prassi politica contemporanea ci accompagneranno nelle giornate di sabato e domenica, arricchendo quella parte irrazionale di noi per la quale la Rivoluzione è il simbolo del riscatto dei diseredati. Abbiamo tentato e abbiamo fallito, quindi tenteremo ancora, perché convinti che il capitalismo vada superato per evitare la barbarie. Figli dell’Ottobre,  impegnati per una futura umanità: questa è la speranza e il nostro impegno, che tanto irrita gli intellettuali e i giornalisti rassegnati allo stato di cose presenti.

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Un commento

  1. Pasquale Dì Leo says:

    Il nuovo uomo è l’affermazione dell’enimma.
    La donna ha ancora tempo il luogo non le manca ma c’è tanta miseria,popolazioni civili in guerra contro la Russia e contro gli USA.
    Contro chi e non lo è Democratico.

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