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NON T'APPARTIENI

Alcuni giorni fa è stato approvato, con i voti del centrodestra e una parte dell’opposizione, il decreto rubacqua; una legge che prevede una prima e parziale privatizzazione dell’acqua a partire dal 2011. Si tratta di una decisione gravissima, perché apre la strada alla privatizzazione di un bene collettivo, prezioso, insostituibile ed essenziale alla nostra vita ( senza acqua non c’è vita , infatti l’acqua è presente per circa il 75% nel nostro corpo).

Lo scopo dell’articolo 15 del disegno di legge 135 è quello di affidare la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica (ormai tutti) alle regole della concorrenza e del libero mercato; da qui l’intenzione della finanza: mettere le mani sui beni collettivi e nello stesso tempo sui comuni e sulla loro libertà. Questo passo è stato ben capito dalle migliaia di cittadini dentro i tantissimi comitati per l’acqua pubblica, ma anche in molti consigli comunali (municipi grandi e piccoli del nord, del centro, e del sud Italia), provinciali e regionali, che hanno inserito nei propri statuti la dichiarazione che l’acqua non può avere rilevanza economica (la regione Puglia, ha annunciato ricorso alla Corte Costituzionale).

 

Riportiamo l’appello di Emilio Molinari e Rosario Lembo della Sezione italiana del contratto mondiale dell’acqua:

Il Senato ha votato la conversione in legge del decreto art. 15 con il quale si privatizzano tutti i rubinetti d'Italia. L'acqua del sindaco, come per anni l'hanno chiamata i lombardi, non c'è più e di questo bisogna ringraziare la classe politica italiana. In particolare un ringraziamento va alla Lega, che con questo voto ha segnato il suo passaggio al sistema economico di potere e ha mostrato quanto il suo federalismo sia puro linguaggio, e altrettanto la decantata partecipazione dei cittadini. La mobilitazione del movimento, le mail che hanno intasato i computer dei senatori, la presa di posizione di molti sindaci e della regione Puglia, che ha dichiarato di voler assumere la gestione del Servizio idrico integrato, hanno reso meno celebrativo il dibattito al Senato. Per la prima volta i nostri argomenti sono risuonati in quelle aule in modo chiaro e nel Pd si sono sentite voci discordanti da quelle sostenute da sempre in questo partito. Ma tutto ciò non ha cambiato la sostanza del decreto. Si è resa obbligatoria la gara, si sono praticamente liquidate le Spa a totale capitale pubblico, si sono generalizzate e affermate le società miste definendo il tetto alla partecipazione pubblica al trenta per cento, facendo cadere così anche l'ultima foglia di fico di qualche amministratore che nel passato ha sostenuto che con il 51% delle azioni il controllo maggioritario del pubblico era assicurato. Si è introdotta una nuova mistificazione: la possibilità ai comuni di partecipare come «privati» alla prima gara. Si tratta di una cosa paradossale: i comuni sono obbligati a mettere a gara le proprie azioni ma poi possono gareggiare per riprendersele, magari attingendo a prestiti bancari... Incredibile schizofrenia: mentre si afferma definitivamente il primato del mercato, si permette l'estrema finzione di chi, in mala fede, può ancora dire che non privatizza. A ben vedere, questa ipocrita giustificazione è già in circolazione. E' un vizio tipico di una certa politica italiana: perseguire la privatizzazione e negare di averla fatta. Gli amministratori delle regioni - solo per fare due esempi, la Toscana e l'Emilia Romagna - sono stati maestri in tale arte.
Questo decreto segna un passaggio cruciale per la cultura civile del nostro paese e per la sua Costituzione. I Comuni e le Regioni vengono espropriati da funzioni proprie, con un vero attentato alla democrazia. Tutto questo fa dell'Italia l'unico paese europeo che si incammini su tale strada. Per la stragrande maggioranza dei partiti, questo non è che l'epilogo di una lunga sbornia privatistica, dalla quale solo in Italia sembra non si voglia più uscire, nemmeno davanti all'attuale devastante crisi finanziaria, nemmeno davanti al palese fallimento del neoliberismo Per altri partiti prevale una storica indifferenza per il problema acqua, per i beni comuni e per la difesa delle risorse limitate: prevale l'abitudine, non il pensare. Ora il decreto va alla Camera: la battaglia perciò non è chiusa. Vorremmo tuttavia rivolgere un appello a tutti i partiti perché rivedano questo decreto: bisogna ritirarlo, o in ogni caso togliere dal decreto l'acqua per ciò che essa rappresenta. D'altro canto, si sono già tolti alcuni servizi come il gas e si è tolta la liberalizzazione delle farmacie. Vorremmo venisse tolto l'obbligo di privatizzare imposto ai comuni. E un altro appello, speciale, ai partiti e ai parlamentari che hanno votato contro il decreto e hanno sostenuto i nostri argomenti.
Li ringraziamo, ma vogliamo dire loro che se si vuole fare veramente una battaglia, non basta votare contro in aula. Ci si pronuncia come partito attraverso il segretario nazionale, si dà mandato a tutto il partito di mobilitarsi, si va in televisione o sui media per denunciare ciò che avviene; si informa l'opinione pubblica. E questo vale per chi sta in Parlamento e per chi è stato messo fuori. Per i partiti che intendono mobilitarsi il 5 di dicembre contro la politica sociale di Berlusconi, chiediamo di mettere nella piattaforma la questione dei servizi idrici privatizzati. E infine, un appello particolare va alle organizzazioni sindacali, affinché si pronuncino e si mobilitino non solo per il destino dei lavoratori del settore, ma al nostro fianco, contro quella che si chiama mercificazione dell'acqua, di cui il decreto italiano è un tassello determinante e un precedente gravissimo. È in ballo la capacità della sinistra di rinnovare i propri paradigmi. Ne va della sua stessa esistenza.

PRC Circolo Aziendale Ferrovieri Spartaco Lavagnini

PRC Circolo Territoriale Pontassieve Che Guevara

 

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