Il Lavoro prima di tutto – La Carta dei diritti (intervento di Rifondazione)

PRC Firenze – Intervento Segretario provinciale (Dmitrij Palagi), all’iniziativa del 12 maggio 2015, “Il Lavoro prima di tutto – La Carta dei diritti

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La CGIL rivendica una preziosa autonomia dai partiti politici, forse affrontata con eccessiva leggerezza in passato ma oggi diventata inevitabile. Il Partito Democratico è il principale promotore delle politiche di un governo in grado di portare a termine ogni destrutturazione del mercato del lavoro avviata negli anni ’90. Gli errori del centrosinistra hanno alimentato il vento dell’antipolitica. La crisi che riguarda tutti i corpi intermedi ha travolto anche le organizzazioni dei lavoratori, seppure in misura minore rispetto ai partiti.

Ciò che si muove alla sinistra di Renzi rimane sull’orlo dell’inconsistenza: sempre in cerca di qualche scorciatoia, troppo spesso ci illudiamo di ricostruire un “partito del principale sindacato italiano”. Un profilo laburista e socialdemocratico, attento ai temi del sistema produttivo nazionale, sarebbe certamente un passo in avanti rispetto a quanto abbiamo visto nell’ultimo decennio. Però le cose non vanno confuse e sarebbe necessario recuperare un alto livello di chiarezza, da accompagnare inevitabilmente ad una consapevole serietà.

La Carta dei diritti universali del lavoro va in questa direzione, proponendo un complesso di articoli in un sistema di tutela per chi vive del proprio lavoro. I meriti sono numerosi ed il Partito della Rifondazione Comunista sostiene convintamente la campagna di raccolta delle firme, assieme agli oltre dieci quesiti referendari con cui saremo impegnati fino all’estate.

Un modo per non fare niente è allargare costantemente il quadro dei problemi: dire che non basta, evidenziare i limiti, le mancanze. Certo la CGIL ha commesso degli errori, come tutte le realtà della sinistra italiana. Chiaramente, entrando nel merito degli articoli, potremmo avviare un confronto tra giuslavoristi, docenti, ricercatori, lavoratori: qualcosa di analogo a ciò che ha fatto il sindacato per arrivare alla stesura della Carta, aperto alle altre forze politiche, sindacali e sociali. In particolare penso al titolo II e ai meccanismi di rappresentanza. Occorre però recuperare un livello di pragmaticità: la proposta della Confederazione Generale è un passo in avanti rispetto alla legislazione degli ultimi governi. Non ci riporta indietro né ci lascia in balìa del sistema di cose presenti. Garantisce un grado di civiltà minimo, proprio dei paesi democratici per come siamo abituati a pensarli. Tanto basta per garantire il nostro sostegno. La stessa Costituzione è stato un compromesso vissuto dalle anime comuniste e sinceramente socialiste come punto di partenza, da migliorare. Sbaglia chi tratta con sufficienza l’importante impegno che si è assunto il principale sindacato italiano nel merito della dignità dei lavoratori.

Sarebbe inadeguato limitarsi a fornire a questa campagna qualche centinaio di tavoli e militanti. L’ambizione di chi si muove per la costruzione di una sinistra adeguata al presente vive nella necessità di un contributo politico autonomo, critico ma costruttivo per proposte come quella di cui si discute in questa occasione.

Stabilita la necessità di lavorare per il successo pieno dell’iniziativa politica, occorre quindi comprendere perché “non basta”. Non nel merito degli articoli, pure migliorabili quando saranno divenuti legge. Non perchè “troppo tardi”, come potrebbe dire il lavoratore precario, l’autonomo e il membro di una cooperativa (o meglio gli autoproclamati loro portavoce in Parlamento). La Carta “non basta” perché occorre una forza politica, o un arco di forze politiche, in grado di riaprire un conflitto trasversale ad ogni ambito della società.

Non c’è alcuna legge che possa tutelarci dai rapporti di forza. Troppo spesso negli ultimi decenni abbiamo delegato ai tribunali le mancanze del corpo legislativo. Ciò che il Parlamento non “concede”, viene ricercato nei tribunali. Rispetto ai diritti civili la questione rimane aperta e vengono registrate alcune vittorie (come per la fecondazione assistita), mentre per i diritti sociali le sentenze seguono l’assenza di una risposta alla “guerra di classe dall’alto”. L’intepretazione della legge non è mai neutrale. Nella stessa Carta alcuni confini sono inevitabilmente sfumati.

Qual è il confine tra il segreto aziendale da tutelare e la libertà di cronaca / critica al contesto lavorativo in cui si svolge la propria attività? Chi stabilisce la legittimità degli obiettivi e l’appropriatezza dei mezzi? Qualcosa è “ragionevole” in virtù del contesto, determinato da elementi che inevitabilmente mutano nel tempo.

Ricostruire una cultura del lavoro è forse l’unico modo per conquistare una dignità del lavoratore del tutto assente tra le nuove generazioni. I diritti sono percepiti come privilegi da chi non li ha, mentre chi ha qualche forma di tutela avanzata teme di perderla, vivendola come fortunata coincidenza. Al corso di apprendistato a cui ho partecipato un anno fa, da fruitore, si percepiva tutta la distanza, rispetto ai sindacati, di chi aveva avviato il proprio percorso professionale. I più giovani che si presentano per fare la dichiarazione dei redditi guardano con sospetto, spesso, persino ai rimborsi spese che gli spettano. Ci si sente isolati, privi di tutele, pronti a rivolgersi al datore di lavoro più che alla propria organizzazione di categoria. Certo non c’è solo diffidenza, comune è anche il timore di rimanere inoccupati e privi di prospettive, se si “esagera” nella tutela della propria dignità.

Alcuni articoli della Carta si occupano del diritto a non essere discriminati per le proprie opinoni e dei mutamenti causati nei luoghi di lavoro dalle nuove tecnologie. Non c’è alcuna legge, alcun accordo, che convincerà un giovane militante di Rifondazione Comunista a non rimanere iscritto su Facebook con un acronimo (o uno pseudonimo), temendo che le proprie idee influiscano in futuri colloqui di lavoro. Lo stesso si può dire per l’orientamento sessuale e le condizioni di salute. Possiamo illuderci di riuscire a tutelare in modo assoluto la nostra privacy, ma il compito dei comunisti non può ridursi a confidare nella buona fede del sistema. Un altro tema delicato è quello della sicurezza del lavoro: i lavoratori sono i primi da obbligare ad avere sensibilità per ciò che dovrebbe tutelarli. Spesso invece fatica, timore, ignoranza creano una grave mancanza di consapevolezza.

Per questo è inevitabile la rottura, uno stato di conflitto sociale permanente in grado di difendere gli interessi di chi non ha nulla da perdere. La consapevolezza che non siamo tutti sulla stessa barca deve tornare ad essere la priorità. Certo è vero che il piccolo imprenditore non è quel detentore dei mezzi di produzione a cui Marx si riferiva ai tempi della prima internazionale. Sicuramente i tempi sono cambiati e la destrutturazione del processo produttivo, assieme alla finanziarizzazione dell’economia, ha contribuito a far venire meno ogni parvenza di coscienza di classe. Il “povero datore di lavoro” che non può permettersi i propri dipendenti è però il caso che smetta di fare l’imprenditore, anziché chiedere a chi ha meno risorse di lui di rinunciare ai propri diritti. E se il sistema va in crisi? Si tratta di ritornare a guardare alla dimensione pubblica dell’economia, alla proposta di una programmazione che offra risposte reali. Se aumenta la capacità produttiva, se il tempo di lavoro può diminuire, la ricchezza di merci conosce apici mai raggiunti in passato: perché accettare questa guerra tra poveri? Perchè ritenersi privilegiati nel fornire ad altre persone 8-10 ore al giorno della propria vita?

Certo ci vuo2016.05.12 Intervento CartaDirittiCgille intelligenza: aprire uno scontro senza essere in grado di reggerlo non è detto sia una buona idea. Però il contributo maggiore da dare, per i comunisti, è quello di rinunciare ad ogni ipotesi concertativa e ottenere le conquiste come compromessi che seguono al conflitto politico.

Il proletariato era concepito come il lavoratore salariato, fino a non molto tempo fa. Ora non è più (solo) così e la Carta affronta la sfida di ripensare al reddito, ai diritti, fuori dalla forma contrattuale. Il tutto mentre avanzano inquietanti ombre sul sistema delle tutele pubbliche, attraverso le pensioni integrative, i fondi sanitari obbligatori e un insieme di servizi che vanno sotto il nome di welfare aziendale.

Ci sono strade diverse per arrivare a comuni obiettivi. È stato spiazzante leggere della disponibilità di Forza Italia a garantire agibilità parlamentare alle proposte della CGIL, una volta che saranno raccolte le firme. Chiaramente si tratta di una scelta tattica, per quanto opinabile. Non ci convince neanche l’impostazione laburista e socialdemocratica di cui parlavo all’inizio, concentrata sul breve periodo e convinta di una possibile edulcorazione dell’attuale sistema economico. Nel presente però ci si muove nel merito delle questioni, non solo mirando agli orizzonti generali. Quindi proveremo a dare un contributo politico a questa campagna a sostegno della Carta. Ricostruendo legami di solidarietà, coscienza di classe e organizzando una struttura in grado di offrire sostegno alla necessaria ed autonoma attività delle forze sindacali.

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