Elementi per una riflessione teorica da accompagnare alla prassi

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L’ordine del giorno sull’antifascismo qui.

Elementi per una riflessione teorica da accompagnare alla prassi

Traccia per la relazione introduttiva del Segretario provinciale Dmitrij Palagi, per il Comitato Politico Federale di Firenze del 30 ottobre 2017.

La lotta di classe non ha patria e la sua teoria nasce nella certezza del suo legame con il divenire storico. «Il terreno su cui essa sorge è la stessa società moderna. Essa non può venire sradicata da nessun massacro, per quanto grande. Per sradicarla, i governi dovrebbero sradicare il dispotismo del capitale sul lavoro, condizione della loro stessa esistenza di parassiti» (1).

Purtroppo oggi sappiamo come la contemporaneità sia in grado di assorbire anche le sue critiche, con sottili forme di riproduzione delle logiche di mercato, per le quali prima di essere persone siamo attori economici. Sulla rivista Il Becco ne ha scritto con un certo successo il compagno Alessandro Zabban un paio di anni fa, a partire da un testo di Ève Chiapello e Luc Boltanski (2). Con la globalizzazione siamo entrati in una rete in cui ci sentiamo costantemente parte di un processo grazie al quale una serie televisiva esce in contemporanea in tutto il globo, da vedere con l’ultimo modello dello smartphone tenuto in tasca e rendendoci consumatori di un unico piccolo mondo, apparentemente infinito nelle sue possibilità.

Una errata declinazione dell’internazionalismo ha portato la sinistra occidentale a illudersi di poter uscire dalle pesanti sconfitte dell’epoca di Thatcher e Reagan abbracciando i cambiamenti promessi dalle nuove tecnologie, per bilanciare le libertà economiche con una equa redistribuzione delle ricchezze. Nel 2017 sono usciti almeno due libri impegnati a ricordare la parabola della galassia socialista e progressista occidentale. Il primo, di Luca Ricolfi, evidenzia la decisa separazione creatasi tra sinistra e popolo. La nuova filosofia degli anni ‘90, su entrambe le sponde dell’Atlantico, per i partiti democratici di sinistra e le formazioni post-comuniste o socialiste, soffiava sull’«entusiasmo per l’unificazione del mondo sotto le insegne della libertà» (3). In Italia dovremmo studiare meglio il tentativo di rendere i palazzi del governo permeabili al movimento altermondialista, non tanto per continuare ad infliggere alla nostra organizzazione critiche punitive, quanto per riflettere sul nodo tra testimonianza e capacità di incidere realmente. Nel 2002, al Congresso di Rimini, a sostegno della conferma di Bertinotti c’era anche l’«ex minoranza trotzkysta di Maitan che, scommettendo sulla dinamica di movimento e sui possibili effetti sul Prc, appoggia la svolta a sinistra del segretario Prc» (4). Tra gli interventi riportati su Liberazione del CPN del 16/17 novembre di quell’anno, vorrei ricordare quello di Franco Turigliatto, ospite della nostra due giorni sul centenario della Rivoluzione Russa questa domenica: «la dimensione e il carattere permanente del Movimento che si è espresso a Firenze» era tale da aver permesso «la tenuta delle lotte operaie» (5). I due elementi si tenevano a vicenda, con una centralità indiscussa di quello che in una fase iniziale fu chiamato popolo di Seattle. Cito questo esempio poiché ritengo che la scelta di Maitan sia impossibile da tacciare di opportunismo, data anche la sua scelta di ritirarsi dalla Direzione nazionale, per lasciare spazio a nuove generazioni. In particolare qui vorrei ricordare la sua teoria sulla necessità di «un radicale mutamento nella composizione stessa del Partito e nel suo assetto organizzativo. Sin troppo ovvia l’esigenza, a questo scopo, di puntare sui giovani. Ma l’afflusso di giovani non sarebbe di per se stesso sufficiente. Dovevamo guadagnare giovani inseriti nei movimento sociali, far sì che acquistassero nel Partito un peso specifico determinante; renderli immuni dai veleni sottili di meccanismi perversi che ancora persistevano e che affioravano nello stesso svolgimento del congresso» (6).

Mi sono iscritto a Rifondazione solo nel 2006 ma ho sempre guardato alla fase precedente con una certa invidia, avendo partecipato al Congresso di Chianciano come mia prima esperienza di questo genere. Per il mio percorso interno mi ritengo oppositore di quella tentata «sistematizzazione teorica» che convinse l’area di Maitan ad entrare in maggioranza al congresso di Rimini nel 2002. Però vorrei fossimo in grado di recuperare almeno la parte attuale di quel dibattito.

Il secondo libro uscito nel 2017 a cui ho fatto riferimento poco fa in merito alla socialdemocrazia del vecchio continente, di Valerio Castronovo, ha un titolo esplicativo: L’autunno della sinistra in europa. Il volume apre ricordando il lungo elenco di governanti di sinistra europea «agli esordi del Ventunesimo secolo»: Jospin (Francia), Schröder (Germania), Blair (Gran Bretagna), D’Alema (Italia), Wim Kok (Olanda). A questi vanno aggiunti, tra gli altri, Cardoso (Brasile) e Clinton (USA), entrambi presenti al grande appuntamento fiorentino del 1999, dal titolo “Il riformismo del XXI secolo”. L’autore evidenzia come la nostra stagione sia quella più «densa e strettamente intrecciata di eventi politici e di mutamenti generali di scenario» (7) dal secondo dopoguerra a oggi. «Una svolta epocale su più versanti quella manifestatasi nel giro di poco più di un decennio, i cui effetti non sono stati percepiti fin da subito, nelle loro diverse implicazioni e in tutta la loro portata, dalle classi dirigenti europee» (8). A ritrovarsi spiazzata è principalmente la classe dirigente della sinistra che «dopo aver sostenuto negli anni Novanta una liberalizzazione del mercato su scala multilaterale, era stata poi incapace di arginare i risolti ibridi e ambivalenti della globalizzazione» (9).

Luca Ricolfi è un sociologo che si considera una voce critica della sinistra italiana, mentre Valerio Castronovo è uno storico dichiaratamente impegnato, nel suo ultimo libro almeno, a rendere conto dell’inconsistenza della sinistra radicale europea. Li ho voluti citare perché entrambi riconoscono come l’abbraccio alle logiche del capitalismo abbia decretato il tramonto delle forze socialdemocratiche e progressiste occidentali, almeno dalla caduta del Muro di Berlino in poi. L’avversario di classe non ha però interesse a riconoscerci, almeno in questa fase, ed è impressionante vedere come due affermati professori dell’Università italiana sistematicamente rimuovano o rendano ridicolo il ruolo svolto prima dal movimento no global e più recentemente dalle sigle della nuova sinistra radicale (in cui finiscono confusamente Sanders e Corbyn, Tsipras e Iglesias, Mélenchon e Lafontaine). All’Auditorium di Sant’Apollonia, durante l’intervento di Tommaso Fattori, data la non giovane età media della platea presente ad ascoltare, mi sono chiesto quanto quella sala assomigliasse ad una delle numerose assemblee del Firenze Social Forum, o quantomeno quanti dei presenti vi avessero preso parte. Rispetto al dibattito sul nuovo soggetto della sinistra credo che sarebbe più utile, per il ruolo storico che vorremmo svolgere rispetto alla composizione di classe della società, ritrovare un’analisi del presente e tentare di leggere la nostra storia attraverso la contestualizzazione delle diverse fasi, anziché accusarci a vicenda degli errori fatti. Quanti nel campo della Sinistra Europea hanno oggi una posizione chiara sul ruolo delle nuove tecnologie nel tessuto produttivo? Benedetto Vecchi dirige le pagine culturali de «il manifesto», occupandosi spesso di tecnica ed internet, in chiave dichiaratamente marxiana. Per lui non solo i software (immateriali) rientrano nel capitale fisso (10), ma potremmo considerarne parte «se non fosse irriverente» anche «il cervello, la mente» (11). Nel suo ultimo libro ci descrive una società basata sullo sfruttamento di continui bacini di eserciti di riserva, tanto nel settore del terziario arretrato, quando in quello della manodopera industriale, quanto nei settori più interessati dalle trasformazioni tecnologiche (12).

Mentre attraversavamo le soglie del nuovo millennio non avevamo idea della crisi che avrebbe investito il mondo, prima con gli attentati di sedicente matrice islamica e poi con il crollo di un sistema economico plasmato sulla finanza. Ci ritroviamo con una società fondata su eserciti di riserva da sfruttare in sempre più settori, dove le nuove tecnologie vengono messe al servizio dello sfruttamento anziché lenire le condizioni della classe lavoratrice, in cui l’algoritmo diventa strumento di schiavitù anziché mezzo di liberazione. Le nuove generazioni crescono ignare dei diritti di cui sarebbero portatrici e che sono stati riconosciuti giuridicamente, grazie alla sconfitta del nazifascismo. È quindi evidente la necessità di riappropriarci di un’analisi adeguata alla fase e all’altezza di una contemporaneità tutta da tradurre in modo accessibile. Non è solo un vezzo o una fissazione. Cosa c’è dietro la consegna di un pacco di Amazon in giornata, magari senza “spese di spedizione”? Che genere di sfruttamento oggi va affermandosi? Le Faamg (i colossi della tecnologia Facebook, Amazon, Apple, Microsoft, Google) valgono, sui mercati finanziari, tremila miliardi di dollari. Nei primi nove mesi del 2017 sembra che abbiano accumulato settantacinque miliardi di dollari di utili. La loro capacità di determinare le piazze dell’economia contemporanea è di gran lunga superiore a quella della pur ancora esistente industria manifatturiera, ma è chiaro che non possiamo più limitarci a registrare i dati forniti dagli istituti di ricerca e statistica, o dal quotidiano di Confindustria (13). Il successo del libro di Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento (14), credo parli molto della sinistra che siamo. Ho avuto modo di scrivere positivamente del testo e di ascoltare l’interessante presentazione tenutasi a Firenze poche settimane fa, ma trovo sorprendente l’entusiasmo manifestato dalla quasi unanimità del mondo sociale e politico italiano, almeno rispetto all’area che ancora si richiama a Marx. Non penso vi sia niente che già non sappiamo, ma vedere una giovane accademica confermare alcune delle nostre posizioni in prima serata, alle trasmissioni televisive nazionali, appaga qualche frustrazione, evidentemente. Alla riunione del mio Circolo ci è capitato di confrontarci su questi meccanismi di successo, che credo analoghi alla capacità di suscitare speranze da parte di figure non comuniste quali Sanders e Corbyn. Essere capaci di comunicare a livello di massa non dovrebbe renderci subalterni alle scelte del sistema di informazione, ma ciò sarà possibile solo quando avremo trovato il modo di condividere le analisi e le discussioni, senza rinchiuderci in una nostra parzialità ma al tempo stesso senza alcuna consapevolezza di come ci collochiamo nel mondo. Argomenti su cui confrontarci venendo meno alle lacerazioni interne su cui ancora tergiversiamo non mancano. A titolo di esempio vi cito il doppio sciopero del sindacalismo di base, citando un interessante articolo pubblicato da Rivoluzione, il quindicinale pubblicato dall’area politica un tempo organizzata all’interno di Rifondazione (alla quale colloquialmente ci riferiamo con l’espressione FalceMartello). «Gli scioperi del 27 ottobre e del 10 novembre rischiano di ridursi a poco più che delle manifestazioni di alcune migliaia di attivista. Non è questo che migliaia di lavoratori che sostengono is sindacati di base si aspettano dai propri dirigenti. In questo modo l’unico vero risultato sarà quello di aver imitato gli scioperi testimoniali che giustamente spesso si è criticato alla Cgil» (15).

Sia il Segretario provinciale che il responsabile lavoro hanno scioperato lo scorso venerdì e faranno lo stesso fra qualche settimana, così come faremo in caso di mobilitazione generale da parte delle sigle confederali. Più che creare un nostro sindacato o scegliere una sigla su cui investire, come abbiamo detto al Congresso, dovremmo proporci quale elemento di unità di classe, quale dovrebbe essere un Partito, insistendo sui limiti per i quali le vertenze si ritrovano divise, come ad esempio appare l’importante susseguirsi di resistenze all’interno del mondo della logistica, isolate rispetto al resto della società, se si escludono alcuni comunicati di solidarietà. La lotta all’interno di SDA, di proprietà di Poste Italiane, per le comuniste e i comunisti, non è distante dalla necessità di rimettere al centro il problema più generale del welfare aziendale, ad esempio, di cui l’ultimo contratto nazionale dei metalmeccanici appare un negativo elemento rafforzativo. I dati ci dicono di un modello pubblico dove sanità e pensioni diventeranno un privilegio connesso all’opportunità di accedere ad un lavoro stabile, tagliando fuori chi vive in condizioni di povertà più avanzata.

Si tratta di strutturare la nostra analisi e la nostra azione politica nell’ambito di una proposta che non attenda il mondo accademico per proporre una linea di azione, ma che sappia interloquire con questo. Cosa ha da dire Rifondazione Comunista a chi vive il problema abitativo? Su il manifesto del 26 ottobre 2017 Gaetano Lamanna ha scritto un articolo invitando a una riflessione sulla questione che la affronti come elemento strutturale, cambiando il paradigma per il quale la politica pubblica proposta insista sul valore d’uso della casa, contro la finanziarizzazione del mattone e le narrazione sull’importanza della casa di proprietà (16).

Da parte di un’area del centrosinistra è tornata di moda la polemica accesa rispetto ad una presunta appartenenza della sinistra radicale agli ambienti dei “salotti” benestanti. Si attaccano anche al nome di Montanari, privo di doppia m. Credo valga la riflessione fatta sui due libri italiani attenti a denunciare il declino della sinistra socialdemocratica europeo. Non appariamo credibili ai settori moderati ed istituzionali anche perché siamo vissuti con fastidio da chi non si è rassegnato al sistema di cose presenti, ma troppo spesso ci limitiamo alla fase dell’opposizione piuttosto che impegnarci in quella di proposizione, rimuovendo il nodo del potere e continuando a fare polemica autoreferenziale sul tema dei governi. I movimenti sono invece ben più attenti ai risultati che possono ottenere e contesto chi ci dice che vale la coerenza delle biografie. Quella è necessaria per la battaglia tattica, ma il nostro obiettivo è ottenere risultati concreti della società, non andare a letto con la coscienza pulita (questa è una conquista individuale, non un patrimonio comune da condividere).

In questa Federazione abbiamo la possibilità di approfondire tutti gli spunti toccati in questi mesi, compresi quelli contenuti nelle relazioni del Comitato Politico Federale ritenute da alcuni troppo lunghe, generiche, noiose o poco approfondite. Imprescindibile però è esistere, per citare in modo provocatorio una valutazione di D’Alema in risposta alle proposte del Partito Democratico di un’alleanza di centrosinistra (17).

Mi ha colpito molto vedere le compagne e i compagni del Partito, a prescindere dal documento politico votato all’ultimo congresso, partecipare in modo convinto al percorso «per un’alleanza popolare», ben oltre quanto ipotizzato dalla Segreteria provinciale. All’interno delle assemblee alcune e alcuni di noi hanno anche sostenuto posizioni restrittive rispetto alla presenza delle forme già organizzate a queste assemblee. Credo che il dibattito interno sia di fatto molto più disarticolato rispetto all’ingessamento spesso riscontrato negli organismi dirigenti. In questa relazione ho citato quasi solo posizioni politiche non condivise, proprio perché credo sia necessario capire cosa non sta funzionando mettendo in discussione le pratiche abituali, continuando a dare per scontata la necessità del Partito della Rifondazione Comunista per l’oggi e per il domani, uscendo però dagli slogan del rilancio del partito, che non può rimanere sulla carta o online.

Abbiamo dato al precedente CPF delle indicazioni di lavoro, oggi facciamo una prima verifica ed entro la fine dell’anno ci riuniremo altre due volte. Nel frattempo quasi ogni giorno siamo parte di qualche vertenza, riunione o manifestazione. Siamo quindi vivi e fin troppo impegnati. Organizziamo meglio le nostre energie.

Il Circolo Dolores Ibárruri ci ha inviato, nel periodo di preparazione della Festa Nazionale, un documento politico di carattere nazionale e va capito qual è il modo migliore per discuterne, per renderlo patrimonio condiviso, senza trascurare la struttura della nostra organizzazione e senza rendere ogni realtà del territorio una sorta di Segreteria nazionale ombra.

La capacità di esistere all’interno della società, consapevoli del tipo di Partito che siamo (compresa la nostra composizione di classe) deve accompagnarsi alla discussione teorica e di analisi. Nessuna delle due cose può essere separata dall’altra. Non a caso per le comuniste e i comunisti esiste un’espressione che ci accompagna da oltre un secolo: teoria e prassi.


Note

(1) Karl Marx, Sulla Comune di Parigi [1871], in Prima Internazionale, Lavoratori di tutto il mondo unitevi! Indirizzi, Risoluzioni, Discorsi e Documenti, Donzelli Editore, Roma, 2014, p. 177.

(2) Ève Chiapello, Luc Boltanski, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano, 2014 e Alessandro Zabban, Sharing Economy: come il capitale assorbe la sua critica, «Il Becco» (www.ilbecco.it), 02 marzo 2015.

(3) Luca Ricolfi, Sinistra e popolo: Il conflitto politico nell’era dei populismi, Longanesi, Milano, 2017, p. 85.

(4) Salvatore Cannavò, La rifondazione mancata. 1991-2008, una storia del Prc, Edizioni Alegre, Roma, 2009, p. 108.

(5) Il PDF è disponibile qui: web.rifondazione.it/archivio/cpn/021117/021117_libIV_V.pdf.

(6) Livio Maitan, La strada percorsa, Massari Editore, Bolsena (VT), 2002, p. 704.

(7) Valerio Castronovo, L’autunno della sinistra in europa, Laterza, Roma-Bari, 2017, p. 151.

(8) Ivi, p. 152.

(9) Ivi, p 129.

(10) Benedetto vecchi, Tra uomo e natura, l’impossibile neutralità della tecnica, «il manifesto», 28 ottobre 2017.

(11) Benedetto Vecchi, Il capitalismo delle piattaforme, Manifesto Libri, Castel San Pietro Romano (RM), 2017, p. 83.

(12) Benedetto Vecchi, Il capitalismo delle piattaforme, op. cit.

(13) Andrea Franceschi, Hi-tech Usa, utili record a 75 miliardi, «Il Sole 24 Ore», 28 ottobre 2017.

(14) Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, Roma-Bari, 2017.

(15) Paolo Grassi, Sindacati di base divisi allo sciopero, «Rivoluzione», n°36, 18 ottobre 2017.


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